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Il rifugio di Bill

Questa è la storia di un bambino che non c'è più e non vuole essere re...!

Antonio Billè

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Sono oggettivamente molto bello: uso Winnie dei Pooh!! Controversia è il mio secondo nome: generoso, mite, intollerante, tenero, ultras, scansafatiche, lavoratore, scassacabasisi! Ma potrei scrivere una sequela quasi interminabile di aggettivi, a volte ridondanti a volte contrastanti, che nel loro insieme non avrebbero la forza di definirmi in toto…
Mais surtout: moi, c'est moralement que j'ai mes élégances...
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June 29

Stupendamente stupendo

Nei momenti di malinconia, come ovvio che sia, tornano in mente tanti di quei ricordi che fermarli è semplicemente impossibile. C’è chi ha dei sogni, dei piccoli desideri che vorrebbe realizzare con una persona in particolare, che sia l’amore, quello importante, o anche semplicemente un’amicizia o uno di quegli affetti del tipo “volersi bene”. Io ho una splendida qualità: riesco a idealizzare all’infinito le mie relazioni di vita. Sono un mito in questo campo. Spesso le faccio crescere nella mia testa prima ancora che si realizzino e poi… poi rimango con un pugno di mosche in mano e vengo bollato come poco autentico (sì, è capitato anche questo) ma in realtà tutto ciò che provo è veramente puro. Che la modestia vada a farsi benedire per una volta: sarò anche un po’ stupido e imbranato, ma in realtà sono solo uno che vive di pancia, forse lunatico, ma sicuramente vero. E in questo ricordo c’era quel senso di armonia che un piccolo gatto nero esprime quando s’addormenta, tenero e dolce, come il cielo fa sulla terra. C’era il suo sguardo ricco d’amore a cantare amabili melodie che scombussolavano la mia stessa anima. Era stato per tanto tempo difficilmente raggiungibile, ma, in quel momento, quel desiderio che avevo bramato, come una giovane donna brama un diamante, divenne mio. E non c’era nulla, nulla di più di quanto volessi. Le sue mani strette alle mie, la sabbia fresca, il rumore delle onde e le luci in lontananza. Tutto era perfetto, anche quella stupida canzoncina e le urla dei ragazzi che ci facevano sorridere. Tutto era stupendamente stupendo. Perché lei era ed è tuttora… la tipica ragazza italiana che a volte può sembrarti strana. La guardi in un istante ti entra nella mente, è la classica italiana. È la tipica ragazza italiana e anche se ti sembra strana ti entra nella mente, non esce facilmente. È la tipica italiana…

 

Remember whatever, it seems like forever ago. The regrets are useless in my mind, she’s in my head from so long ago. And in the darkest night, if my memory serves me right, I’ll never turn back time. Forgetting you, but not the time… (Green Day – Whatsername)

June 23

Me la caverò

Premessa: in questo intervento userò molto più spesso del solito il pronome personale tu. Bene, non sarà rivolto sempre alla stessa persona e, anche nel corso dello stesso periodo, il soggetto potrebbe variare. Lo capiranno bene, benissimo solo poche, pochissime persone. Tra cui, forse, proprio tu!

 

…il prossimo brano s’intitola Una volta tanto (canzone per me). A me ha fatto provare un brivido forte, non dopo averla scritta, ma dopo aver capito questa seconda parte, cioè Una canzone per me. Se ognuno di voi la cantasse per sé sarebbe qualcosa di diverso. Magari… se chiudo gli occhi non ci sei in fondo a tutti i miei vorrei. Almeno tu lasciassi scia, saprei come lavarti via…

 

Inizio citando Giuliano, frase tratta da Festivalbar 2.0, trasmissione notturna di qualche anno fa che Italia 1 ha mandato un po’ troppo presto in soffitta. Era bella, intima, ti faceva scoprire tante cose sui cantanti, specie dal punto di vista umano. E adesso una canzone per me la vorrei con tutto me stesso. Vorrei cantare qualcosa per la mia vita, per il mio futuro, per la mia stessa stabilità fisica ed emotiva. Ma non ce la faccio. Una botta può andar bene, anche se fa tanto male. Due, tre in pochissimi mesi non sono affatto digeribili. E tutto si sta ciclicamente ripetendo, esattamente alla stessa maniera: stesse persone, stessi sentimenti, stessi stati d’animo. Mi mancano solo i tuoi occhi che mi facevano sorridere. Ma perché la vita me l’ha fatta incontrare nuovamente? Cosa vuoi? Cosa ho fatto per meritarmelo? Errori io ne ho già fatti abbastanza, se almeno poi, però, questa mia esperienza mi aiutasse a chiedermi: “riflettici aspetta un secondo!” E invece no e invece so che io non imparerò… Uso le parole di un Max d’annata, sulle note di Almeno una volta, anno di grazia 1999. Classica canzone nostalgica e a tratti rabbiosa, in cui i rimpianti e le scelte sbagliate sono il tema centrale. Sì, è vero, io di errori e di scelte sbagliate nella mia vita ne ho commessi a dismisura. Scuola: indirizzo probabilmente sbagliato, le vacanze premio che mi concedevo senza motivo, il, per usare un eufemismo, tentennante rendimento che avevo. È bravo ma non si applica. Costante della mia vita. Università: paura nel fare gli esami, il solito Antonio che appariva di tanto in tanto e non rispondeva alle domande che sapeva, la voglia e le motivazioni che all’improvviso sono mancate. La fortuna aiuta gli audaci. Costante della mia vita parte seconda. Sentimenti: persone cacciate via o neanche fatte avvicinare perché cercavo di rifuggire gli affetti, qualche buonanotte di troppo, altri prego si accomodi rivolti alle persone sbagliate. Ma al tirare delle somme, gli errori, le scelte sbagliate, quelle giuste, hanno fatto di me la persona che sono adesso e, probabilmente, qualunque cosa avessi cambiato io sarei venuto su sempre così: perché la mentalità è sempre quella, non cambierà mai. Schiena dritta e testa alta. Sempre. E quantomeno io potrò sempre guardarmi tranquillamente allo specchio. Io.

 

Vi è un unico mondo per tutti; i buoni e i cattivi, il peccato e l’innocenza lo traversano mano nella mano. Volere ignorare una metà della vita per trascorrere una vita sicura, sarebbe come accecarsi per camminare con maggior sicurezza in un terreno accidentato, sparso di fosse e di precipizi… (Oscar Wilde – Aforismi)

 

Tu mi parli della memoria, dei brutti ricordi che vanno via per lasciare spazio solo a quelli belli. La memoria non racconta la verità, seleziona solamente ciò che le va: fa sembrare sempre più bello il prima del poi, un passato mitico che non torna mai… E il solito Max ti appoggia pure: Il presente, anno di (dis?!)grazia 2007. Sai che io non la vedo così. Sto scoprendo di avere un’incredibile capacità di ricordare date e ricollegarle all’evento esatto e alle emozioni che all’epoca suscitarono. Alcuni esempi? 28 maggio 2003: Manchester. 15 aprile 2004: buonanotte a te. 22 settembre 2004: il viaggio in treno più bello che, fino a quel momento, avessi mai fatto. 16 ore, 32 tra andata e ritorno, che mi portavano a conquistare con il mio Messina, da simpatizzante milanista, il tempio del calcio italiano, il Giuseppe Meazza in San Siro. 30 gennaio 2005: pugni in faccia e all’Olimpico va in scena l’elogio alla follia del calcio. 3 febbraio 2005: la scoperta più brutta. 10 luglio 2007: la cena, la tua testa, il mio petto. 28 agosto 2007: nottata Negramaro. Un altro 22 settembre, quello del 2007, quando ho davvero capito che dovevi essere tu la mia ragazza. Ma poi perché proprio il 22 settembre, giorno in cui tu fai il compleanno? Misteri. 21 ottobre 2007: la prima volta, il giorno in cui rinasco. 3 dicembre 2007: quella dannata sigaretta. 12 febbraio 2008: la prima volta che metto, ufficialmente, piede a teatro. 2 giugno 2008: dalla parte dei piedi. 7 settembre 2008: stupendamente stupendo. 12 settembre 2008: giorno in cui la fine ha inizio. 31 dicembre 2008: il mio quarto di secolo, il compleanno più brutto di sempre, per merito tuo. 23 febbraio 2009: gli ultimi cereali e l’ultima volta con te, una delle più belle e divertenti. 4 aprile 2009: il tuo sguardo così triste, come mai l’avevo visto. 30 maggio 2009: i tuoi occhi e una speranza. Ma a cosa serve tutto questo? Sono soltanto semplici date, semplici ricordi, momenti belli, brutti, che a qualcosa, spero siano serviti e forse serviranno. E non ho rimpianti, alla fine sono e resterò soltanto una povera vittima della mia malinconica nostalgia. O della mia nostalgica malinconia?

 

La verità è che la musica mi ha salvato. Quand’ero piccolo la musica mi ha salvato e me ne stavo seduto sul mio prato ad ascoltare il mangiadischi cantare. La verità è che la musica mi ha salvato. Quand’ero piccolo la musica mi ha salvato e ascoltavo mia madre parlare, mio fratello giocare e l’universo a girare. E me ne stavo da solo a sognare in ripostiglio a giocare con i soldatini a giocare… (Tricarico – Musica)

 

Tu mi hai sempre visto come un punto di riferimento? Beh, grazie! In realtà ho sempre sperato che fosse così. Siamo praticamente cresciuti insieme: sei anni di differenza sono davvero nulla per due persone legate così come lo siamo noi. Ti ho sempre raccontato la mia vita, le mie esperienze con le mie espressioni non sempre sorridenti, ma sicuramente vere. Volevo renderti partecipe di quello che ero. Volevo che ti specchiassi un po’ in me e pensassi: Wow, che forza!  Adesso, mio malgrado, mi dispiace indossare quelle maschere, vorrei trovarne una con una mimica quantomeno serena, anche per te e per tutti voi che mi state accanto. Ricordi quell’e-mail? Me la caverò, proprio come ho sempre fatto con le gambe ammortizzando il botto. Ancora Max, stavolta in Me la caverò del 2004. E finora me la sono sempre cavata, più o meno bene. Anche se non ho ottenuto chissà che grandi risultati. Adesso tu leggi un po’ questa frase tratta da Il dizionario degli attori e riferita a Leonardo Pieraccioni: Ognuno è il film che fa e ognuno fa il film che è in quel momento. Io in questo momento, proprio perché non ho mai portato maschere, devo recitare in un film che rappresenti tristezza e malinconia. Ma magari tra un po’ ricomincerò a girare la mia solita commedia demenziale. Non sarà al livello de I fratelli Solomon, ma sicuramente ci farà ridere. Così tu potrai rivedere quella giovane figura di riferimento che stimi e io potrò riprendere a sperare e credere in te. Se tutto va bene, poi, fra tre anni potremmo anche laurearci insieme! Ma in tutto ciò tu mi manchi sempre più.

 

Io non mi arrenderò, tanto so che il tempo mi aiuterà: solo di notte quel brivido alla gola di malinconia per te. Quel profumo sentirò del tuo corpo e come per incanto sarà quasi uscito da un sogno… (883 – Non mi arrendo)

June 18

Tabula rasa

Adesso pensa solo a riprenderti la tua vita, senza pensare al dopo. Non sappiamo come andranno le cose e allora di cosa abbiamo paura? Tutto scorre, tutto passa, noi l’unica cosa che dobbiamo fare e vivere la nostra vita! E non semplicemente sopravvivere…

 

Ore 05.37. Ennesima notte insonne. Il cellulare, accanto al mio letto, è sempre acceso. Già, ho preso anche questo vizio: prima, appena poggiavo la testa sul cuscino, lo spegnevo. Adesso no. Rimane “vivo” anche al calare delle tenebre, sperando che vibri, sperando che qualche altro non dormiente si faccia sentire. O che qualcuno si svegli e abbia bisogno di me. Al di là di Rigano e dei suoi soliti messaggi che mi fanno sempre sorridere.

E anche quest’intervento inizia, per la seconda volta consecutiva, con parole non mie: è, guarda caso, un sms di un sabato di qualche settimana fa, fatto di confidenze e confessioni. Negli ultimi tempi ho guadagnato più di quanto mi aspettassi, anche se credo di essere ancora in credito con la sorte, la vita e i sentimenti. Ed è per questo che ho paura: sì, ma di cosa? Hai paura che ti trovino tracce di sangue nell’alcool? Dice Will a Karen nell’episodio di Will & Grace che ho visto qualche ora fa. Questo no, anche perché nelle ultime settimane il sangue sta tornando a circolare liberamente (ogni tanto i consigli li seguo ndr). Ho paura di che sarà di me: mi mancano certezze e serenità e senza questi due capi saldi, l’incertezza e la preoccupazione iniziano a fare i sovrani. Ho paura di star bene, di scegliere e sbagliare canta Tiziano Ferro. Ebbene si, Tiziano Ferro, compagno di viaggio con le sue quattro canzoni nel mio cd multifunzione. Com’è possibile che un cantante che non sopporti, con le sue parole, riesca a essere presente in tantissimi momenti della tua vita? Non me lo so spiegare, Il bimbo dentro, Imbranato, la sopra citata E fuori è buio (in modo più che particolare) hanno spesso fatto da colonna sonora alle mie esperienze, alle mie sensazioni e alle mie emozioni.

E per tornare a noi vi do una notizia in conclusione: ho una tremenda paura di scegliere, sbagliare e fallire di nuovo. Solo che stavolta non potrei perdonarmelo.

 

Ho collezionato esperienze da giganti, ho collezionato figuracce e figuranti. Ho passato tanti anni in una gabbia d' oro, sì, forse bellissimo, ma sempre in gabbia ero: ora dipenderò sempre dalla tua allegria che dipenderà sempre solo dalla mia […] e per quegli occhi dolci posso solo stare male e quelle labbra prenderle e poi baciarle al sole perché so quanto fa male la mancanza di un sorriso, quando allontanandoci sparisce dal tuo viso e fa paura, tanta paura, paura di star bene, di scegliere e sbagliare… (Tiziano Ferro – E fuori è buio)

 

Esattamente 730 giorni fa viaggiavo verso Catania: obiettivo Volo rapido – letteratura creativa in 911 minuti. Allo stesso tempo cercavo di preparare un esame per il giorno dopo: Sociologia della comunicazione con l’amico Marco, una follia che, ovviamente, non si concretizzò. Se mi avessero detto che quel giorno sarebbe per sempre rimasto marchiato nella mia pelle e nel mio cuore non ci avrei mai e poi mai creduto. O meglio, non nel senso che si è ritagliato. Da qualche parte l’ho già detto: ho scritto, per la prima volta, con la consapevolezza di condividere questa mia passione con altra gente, senza che nessuno mi giudicasse. Senza niente per la testa, libero e spensierato. Due i legami importanti che ho stretto da quel giorno: il primo, con una collega che conoscevo già, anche se, soprattutto, di nome e per niente bene. Da allora è diventata molto importante per la mia crescita, anche se spesso sparisce e mi fa preoccupare. Il secondo, invece, ha sconvolto la mia intera vita. In tutti i sensi. Per rendervi meglio l’idea vi faccio un parallelo: quando il Milan acquistò Ricardo Izecson dos Santos Leite, ai più conosciuto come Kaka, nessuno credeva che “quello sfigato”, come spesso lo definiva scherzosamente Gattuso, potesse portare in dote tanti titoli e altrettante soddisfazioni. E invece si sbagliavano. Così come in molti si sono sbagliati, almeno fino a un certo punto, su quel legame che, silenziosamente, avevo stretto proprio quel giorno che non avrei mai e poi creduto potesse restare marchiato nella mia pelle e nel mio cuore. E adesso mi affido al mio amico Renato, mio personalissimo compagno di sfoghi, lacrime e risate degli ultimi giorni e dico ancora una volta Grazie di questo incontro: c’eravamo proprio tutti ed eravamo più veri di ieri. Ehi, dico a voi, a voi indifferenti, a voi che non ci conoscete bene, prestateci un sogno, lasciateci ancora sperare perché questa notte sia eterna, perché sia una notte d’amore! Non dimenticatemi… e lo dico a te e a Kaka, che se ne va dopo sei anni, novantacinque gol, una Champions League, uno Scudetto, un’Intercontinentale (o Fifa club World Cup, fate un po’ voi), due Supercoppe d’Europa, una Supercoppa Italiana, il Fifa World Player e il Pallone d’oro nel 2007. Ma una cosa in comune però ce l’avete: lui era arrivato in Italia con un carico di ironia su quel nomignolo strano, così come tu di nomignoli strani ne hai avuti a mai finire, adesso, come te, se n’è andato con la tristezza nel cuore. Lui nel suo, tu nel tuo, io nel mio.

 

Vivo, guardando le stesse facce, sentendo le stesse storie, pensando: ho quello che volevo? Come il vento che soffia prima della tempesta, un brivido percorre la schiena. Le spalle al muro, se ho paura resisto, semplice è la via per il lato oscuro. Poco tempo per correggere gli errori commessi: dimmi dove butterò i miei sogni! Dovrei passare tutta la vita a pensare alle cose che ho, alle cose che vorrei, al modo di raggiungerle e poi a come difenderle, ma io non so cosa avevo prima e non so quello che ho adesso! Sorrido a ogni nuovo giorno perché vivo sperando che le persone che amo proseguano nel viaggio: stammi affianco ammira dall’alto il paesaggio, la bellezza intorno! […] Sono storie facili come quelle che ti raccontavano da piccolo e tu credevi vere. Com’è stato facile restare fermo immobile chiudendo gli occhi e rinunciando a vedere… (Linea 77 – Fantasma)

 

Ogni cosa ha due spiegazioni: quella scientifica e quella divina, spetta a noi scegliere a quale vogliamo credere. La scienza spiega l’arteria ristretta nel mio cuore, ma spiega perché tu sei arrivata nella mia vita? In ogni religione si crede che esistano persone inviate per indicarci la nostra strada, generalmente li chiamano profeti. La differenza tra un profeta e noi? È che noi non crediamo in Dio. Tu in cosa credi? Io credo in quello che è giusto o sbagliato, credo nella giustizia, credo nell’equità. E credo nell’amore. Mi dicono che ciascuna di queste cose è Dio… no, non posso crederci! La verità? La verità è che in questi tre giorni passati tra e-mail, scrivere e dividere pezzi, tra un tavolo di poker da 750 euro (con un investimento di 50… centesimi) perso per un sei di cuori al river che dà a me il colore, ma a quell’altro il full, tra un’iniezione notturna e tante altre solite vecchie cose, avrei tanto voluto cercarti. D’altronde siamo rimasti così: “se hai bisogno io ci sono!” però tutto ciò mi viene troppo difficile. Magari rompo, magari starai studiando, magari non hai voglia o sei fuori con gli amici. Penso e ripenso. Ed è così quando rimango a casa, specie quando scende la notte: da tre mesi a questa parte non ho mai preso sonno prima delle 3. E lo so che così facendo mi si alterano i ritmi sonno-veglia, ma non riesco a farci nulla: sto bene per cinque, sei giorni, anche una settimana a volte. Ma basta un’ora, basta un pensiero perché tutto venga cancellato. Un colpo di spugna e… tabula rasa! E sono ancora punto e a capo!

 

La solitudine genera insicurezza, ma altrettanto fa la relazione sentimentale. In una relazione puoi sentirti insicuro quanto saresti senza di essa, o anche peggio. Cambiano solo i nomi che dai alla tua ansia. Finché dura, l’amore è in bilico sull’orlo della sconfitta. Man mano che avanza dissolve il proprio passato; non si lascia alle spalle trincee fortificate in cui potersi ritrarre e cercare rifugio in caso di guai. E non sa cosa lo attende e cosa può serbargli il futuro. Non acquisterà mai fiducia sufficiente a disperdere le nubi e debellare l’ansia. L’amore è un prestito ipotecario fatto su un futuro incerto e imperscrutabile. Una volta insinuato il tarlo dell’insicurezza, la navigazione non è mai sicura, ragionata e tranquilla. Senza timone, la fragile zattera della relazione ondeggia tra due nefasti scogli su cui tanti rapporti si infrangono: sottomissione totale e potere totale, accettazione supina e prevaricazione arrogante, rinuncia alla propria autonomia e distruzione dell’autonomia del partner. L’infrangersi contro uno qualsiasi di questi due scogli farebbe affondare finanche una nave in perfette condizioni e con un equipaggio esperto – figuriamoci una zattera con a bordo un marinaio inesperto che, cresciuto nell’epoca dei pezzi di ricambio, non ha mai imparato l’arte della riparazione. Nessuno dei marinai di oggi perderebbe tempo a riparare la parte danneggiata, ma la sostituirebbe con un'altra identica. Sulla zattera delle relazioni, tuttavia, non si sono ricambi disponibili… (Zygmunt Bauman – L’amore liquido)

May 26

Segni di latta

Forse è solo un blocco momentaneo dovuto alla tua momentanea mancanza di equilibrio. Scrivere aiuta ad analizzare e forse adesso non sei in grado di farlo…

 

(Descrizione stato storico- emotivo)

Comincio usando parole non mie. È da almeno una settimana che sento il bisogno di scrivere, ma non ce la faccio, non mi riesce proprio. E se io non riesco neanche a scrivere, allora deve esserci davvero qualcosa che non va! Questo intervento era stato pensato, ideato e mentalmente scritto lo scorso sabato 16 maggio, tra le 2 e le 2.30, quando, al Kalua, ascoltavo della bella musica (tunzetunzetunzetunze, sempre questa era) e bevevo il mio Negroni. Il secondo della serata, oltre a sorseggi vari stile zoccolometro a livelli elevati. E poi? Poi il caos…

 

Ma… ricominciamo daccapo: ballavo, anzi… mi muovevo approssimativamente e pensavo che… stavo meglio. Bene è, al momento, una parola troppo grossa per essere presente nel mio dizionario. La compagnia era sempre quella degli ultimi deliri. Perfetto. Tutto perfetto. Poi, d’improvviso, il buio. Cazzo, penso, ho cenato solo con un pancarré alla maionese! La testa non c’è più. Tutto gira vorticosamente. Esco fuori cinque minuti, magari ho bisogno solo di un po’ d’aria. Ma non è così. Un sms e Gabriele arriva in mio soccorso:

«Che hai Anto?»

«Mi gira solo un po’ la testa, tranquillo, non ho nulla…»

«Dai che ora passa…»

«Già. Mi manca Gabri…»

«Lo so Anto…»

…e inizio a vomitare. Aspettavo proprio lui. Non so se vederlo mi è servito da stimolo, ma è più probabile che la sua presenza mi abbia tranquillizzato. È vero, lei mi mancava, come non succedeva più da un bel po’ di tempo. Avevo smesso di pensarci assiduamente, potevo riguardare Il padrino senza “assentarmi”, potevo ascoltare e cantare a squarciagola i Negramaro senza provare stranissime sensazioni. Certo, Cristo Re era ancora uno scoglio troppo grande da affrontare, ma sapevo che presto ce l’avrei fatta. Proprio perché stavo… meglio!

 

Alzò lo sguardo verso quel volto enorme. Ci aveva messo quarant'anni per capire il sorriso che si celava dietro quei baffi neri. Che crudele, vana inettitudine! Quale volontario e ostinato esilio da quel petto amoroso! Due lacrime maleodoranti di gin gli sgocciolarono ai lati del naso. Ma tutto era a posto adesso, tutto era a posto, la lotta era finita. Era riuscito a trionfare su se stesso. Ora amava il Grande Fratello… (George Orwell – 1984)

 

La nottata rientra, senza dubbio alcuno, tra le più assurde che io ricordi. Non ero mai stato così a causa di una sbronza (la seconda della mia vita) e allo stesso tempo non avevo mai visto così tanta solidarietà in un gruppo di amici. Gente che entrava e usciva dal locale o girovagava per il Duomo alla ricerca di fazzoletti. Io che ne avevo un pacco nella tasca della giacca e non lo sapevo. Mani strette, anche a stritolare la fronte, pur di dare un aiuto, un conforto che “calmasse” la preoccupazione. Non riuscivo a tenere gli occhi aperti, ma volevo che prima ci si prendesse cura di chi stava peggio. Mi conosco. Ormai, dopo quella notte e quei cinque giorni, so cosa vuol dire non esserci. E io in quegli istanti c’ero, anche se ero poco vigile. Peppe guidava la mia C1 ed Ele mi stringeva la mano. Grazie piccoli amici. Gabri, con Very e Luca si sono fatti mezza città appresso a me per scortarmi sano e salvo. Come una famiglia. E quel «mi manca» l’ho ripetuto altre volte. Forse perché quella famosa notte era stata lei a salvarmi…

 

When love breaks up, when the dawn light wakes up, a new life is born. Somehow I have to make this final breakthrough… (Queen – Breakthru)

 

Ricordo di Freddie. Dovuto. Mi spiace molto per quello che hai dovuto subire domenica scorsa. Uno che canta a nome tuo e sbaglia l’acuto di Somebody to love, le parole di Don’t stop me now e non ha idea di cosa sia Innuendo, non merita molto. Per parafrasare Greg: «se non sei capace, nessuno ti obbliga a stare su un palco!» Grandioso. Ma in tutto ciò una sola costante: mal di testa! Per due giorni filati. Tremendo. Come se mi stessero prendendo a martellate in fronte. Poi la barra delle applicazioni inizia a lampeggiare di arancione:

«Ciao! Come stai?»

Dai, penso io, c’è Mondo gol, chiunque tu sia non me lo fare perdere. E invece… proprio lei. Come detto non ne avevo più parlato in quei termini e non ero più stato così. Fatto sta che, non so bene in virtù di cosa, sembrava che avesse recepito il mio bisogno di lei di due sere prima. Io non credo al destino, non credo alla coincidenze. Credo nei segni che la vita ti dà, nei piccoli gesti che racchiudono chissà che strane verità! Tutto scorre normalmente, senza sussulti o strane emozioni. Esattamente come nelle conversazioni di un paio di agosti e settembri fa. Ma perché proprio adesso? Cosa l’ha spinta proprio in questo preciso contesto? Non lo so e forse non lo saprò mai. Però la stranezza della vita riesce, ogni giorno di più, a stupirmi.

 

I crossed the river. Fell into the sea where the non-believers go beyond belief. Then I scratched the surface in the mouth of hell, running out of service in the blood I fell. I just want to see the light, I don’t want to lose my sight. I just want to see the light I need to know what’s worth the fight… (Green Day – See the light)

 

Billie Joe Armstrong sa sempre quando correre in mio soccorso. Se non fosse stato per lui, per Tré Cool e per Mike Dirnt, probabilmente io, adesso, non sarei qui. Allora in autobus, il suono della chitarra di Good riddance (time of your life) che veniva fuori dalle cuffiette del mio lettore cd portatile, oltre all’intero Warning, sembrava avessero qualcosa da dirmi. Frequentavo una scuola privata, non riuscivo a studiare e credevo di fallire. Di deludere genitori e amici. Ero un fantasma senza meta che vagava per il mondo. Ero poco più che un adolescente, prigioniero della mia stessa tristezza. Compravo veleni, ma non avevo topi in casa. Mi sono salvato con la sua voce e con la giusta dose di Lexodan. O almeno così ho creduto. Poi in silenzio ce l’ho fatta: ho superato gli esami della vita con un pizzico di fatica e ho provato a scrivere un nuovo capitolo della mia esistenza. Adesso 21st century breakdown esce proprio al momento giusto: canzoni come Before the lobotomy, See the light, American eulogy, Viva la Gloria e la stessa title-track, sembrano essere la classica manna dal cielo. Quelle parole, quegli accordi, sembrano fatti per me e per il momento che sto vivendo. Già, come i soliti segni di latta che la vita, ogni tanto, decide di porre davanti al mio passaggio. E affido la chiusura di questo interminabile intervento a Don Josè e al suo accorato appello d’amore per Carmen, la donna che è nata libera e che libera morirà. Non vuol dire molto, però vedere quella prova generale, sentirli cantare dopo quasi un mese di lavoro al loro fianco, mi ha emozionato. E non poco. Grazie anche a loro, alla bellezza di Giusy Piunti, alla grande capacità scenica di Massimiliano e a tutto il resto del gruppo. Un bel gruppo. Quasi quanto la mia nuova famiglia…

 

La fleur que tu m’avais jetée dans ma prison m’était restée. Flétrie et sèche, cette fleur gardait toujours sa douce odeur et pendant des heures entières, sur mes yeux, fermant mes paupières, de cette odeur je m’enivrais et dans la nuit je te voyais! Je me prenais à te maudire, à te détester, à me dire: «pourquoi faut-il que le destin lait mise là sur mon chemin?» Puis je m’accusais de blasphème et je ne sentais en moi-même, je ne sentais qu’un seul désir, un seul désir, un seul espoir: te revoir, ô Carmen, oui, te revoir! Car tu n’avais eu qu’à paraître, qu’à jeter un regard sur moi, pour t’emparer de tout mon être, ô ma Carmen! Et j’étais une chose à toi! Carmen, je t’aime! (Carmen, Atto 2, scena 17. Don Jose – La fleur que tu m’avais jetée)

 

April 20

Libiamo ne' lieti calici

Oggi voglio raccontarvi una storia. È la storia del, così definito, ragazzo che temeva la felicità. Felicità che lui non aveva mai cercato, ma che aveva conosciuto nell’ultimo anno e mezzo della sua vita e che adesso aveva perduto, schiacciata da troppi pensieri, da alcuni sogni svaniti nel nulla, cancellati con un semplicissimo colpo di spugna. Troppo semplice sotto alcuni punti di vista. E ora questa storia si è capovolta, per una notte il ragazzo ha riscoperto e per un pizzico ha anche ritrovato quella felicità che tanto temeva. Grazie a… una sera trascorsa a ballare! Già, lui non amava il ballo, nella sua mente risuonava un vecchio detto “Sapete la differenza tra i boxer e le discoteche? Nessuna, i entrambi ci ballano i coglioni!”, però stavolta qualcosa era diverso.

E nel raccontarvi questa storia una mano me la dà il mio cellulare: sono le 5 e qualche minuto e il ragazzo che temeva la felicità fauna puzza di fumo pazzesca, domani brucerà anche lenzuola e materasso. A confronto un camionista, dopo dieci ore di guida, sembrerebbe immerso nel Neutro Roberts! Dicevo, una mano me la dà anche il cellulare, perché, ormai sotto al piumone, non avrei la forza né di usare il computer, né di prendere carta e penna. Ora voi starete aspettando un resoconto della serata, una descrizione dell’ambiente o sapere cosa si è ballato, tutte cose che da bravo giornalista-scrittore dovrei fare. Beh, se è così, resterete delusi. Io vi racconterò le sensazioni del ragazzo che temeva la felicità e che, nell’ultimo periodo, aveva perduto anche quel briciolo di serenità che si era conquistato. Per una volta aveva messo da parte il preconcetto su discoteche e simili e si era lasciato trasportare, certo galeotti furono il cambio della musica e, soprattutto, l’arrivo della vodka (oh santa, come potrebbe fare senza di te!) ennesima bottiglia della serata.

E il ragazzo, dunque, aveva messo da parte i pensieri, anche se, a tratti, nella sua testa immaginava come si sarebbe divertito se ci fosse stata anche lei, però andava comunque tutto meravigliosamente bene, la compagnia era perfetta e non poteva chiedere di meglio: era stata la definitiva consacrazione della famigliola costruita in settimana. La consapevolezza di poter contare su un gruppetto tutto nuovo di amici con cui sfogarsi, ridere, scherzare e distrarsi per un po’. Nonostante qualche botta d’assenza di troppo lo colpisse ripetutamente in questo assurdo periodo della sua vita

Quindi tra qualche tempo gli sarà passata, anche grazie alla loro vicinanza. Anche grazie a… una sera trascorsa a ballare! Fortuna, comunque,  che qualche ora dopo è arrivata La Traviata: dal tunze tunze al Libiamo è tutta un’altra… musica!

 

Non voglio cambiare il mondo, lascio che le canzoni che scrivo esprimano le mie sensazioni e i miei sentimenti. Mi piace pensare di essere stato solo me stesso e ora voglio soltanto avere la maggiore qualità possibile di gioia e serenità e immagazzinare quanta più vita riesco, per tutto il poco tempo che mi resta da vivere… (Freddie Mercury)

April 12

A new beginning (?)

Era da alcuni mesi che volevo scrivere un intervento del genere, mi venne in mente per la prima volta quando stavo su un treno: era lo scorso 27 dicembre ed ero felice. Stava per finire un 2008 più controverso del solito, mi aveva portato in dono l’amore quello vero, quello con la A maiuscola, l’estate più bella che avessi mai trascorso, un lavoro, precario, al Vittorio Emanuele e il sogno di poter realizzare tante piccole cose che mi avrebbero regalato un futuro sereno. Ma c’erano state anche tante altre cose negative, che mi facevano sprofondare in abissi profondissimi, avevo perso l’università, ho visto mia nonna finire su una sedia a rotelle, ho visto mia madre invecchiare sempre di più con i suoi problemi di salute sempre crescenti e, dopo, avevo subito il tradimento più brutto, perché arrivato da chi non avrei mai sospettato. Però volevo scrivere comunque un intervento per ringraziare chi c’era stato e mi aveva sostenuto nei momenti difficili, ma anche per chi mi aveva fatto arrabbiare. Ma non l’ho fatto, pochi giorni dopo quel 27 dicembre tutto cambiò: sono riuscito a passare il compleanno più brutto che la mia mente ricordi, ho visto, qualche secondo dopo l’inizio del 2009, mia madre andare a spasso con la morte. Ho dovuto nuovamente ricominciare daccapo, ma non troppe cose sono funzionate. Ho chiesto la vicinanza dell’unica persona che riusciva a tirarmi un minimo su, ma non l’ho trovata, forse perché l’ho cercata in maniera sbagliata e, nonostante tutto, miei sacrifici compresi, non sono stato capito. Ho urlato ed era l’unico modo che avevo per comunicare il mio disagio e non sono stato capito. Ho fatto tanto, forse troppo per il cuore stanco e non sono stato capito. Ok, adesso sta diventando il solito piagnisteo contro me stesso e contro gli altri che non facevo ormai da qualche anno, ma purtroppo è così che ho vissuto questi ultimi mesi. E il mio cuore a un certo punto s’è stancato, o almeno mi ha voluto mandare un segnale, facendomi incontrare, in pochissimo tempo, il mio personalissimo Virgilio e la mia personalissima Beatrice. Una Beatrice che, forse, non conoscevo neanche, ma che avrei amato per il resto dei miei giorni.

 

Il mio desiderio è fuggire. Fuggire da ciò che conosco, fuggire da ciò che è mio, fuggire da ciò che amo. Desidero partire: non verso le Indie impossibili o verso le grandi isole a Sud di tutto, ma verso un luogo qualsiasi, villaggio o ere­mo, che possegga la virtù di non essere questo luogo. Non voglio più vedere questi volti, queste abitudini e questi gior­ni. Voglio riposarmi, da estraneo, dalla mia organica simula­zione. Voglio sentire il sonno che arriva come vita e non co­me riposo. Una capanna in riva al mare, perfino una grotta sul fianco rugoso di una montagna, mi può dare questo. Pur­troppo soltanto la mia volontà non me lo può dare… (Fernando Pessoa – Il libro dell’inquietudine)

 

A parte un viaggio a Malta non ricordo miei momenti pienamente felici come da quando c’era lei. Mi sono sempre trascinato avanti a fatica, fingendo di star bene e ora non vorrei tornare a quella condizione, ma conoscendomi so che sarà inevitabile. Adesso ho trovato tanta gente pronta a sostenermi, vecchie amicizie ritrovate e nuove conoscenze che mi risultano sempre più simpatiche (Miiiichelle!) ma non riesco a stare tranquillo. Anche se in tanti provano a farmi svagare, davanti a un semplice caffè o a una birra, giocando a Dr. Why o con Singstar a cantare Ti lascerò e Ricominciamo, con un bicchierino di vodka e prosecco di troppo. Anche se birra, prosecco e vodka dovrebbero essere evitate, ma al momento non m’interessa molto. Adesso vorrei solo smetterla di piagnucolare per ogni cosa che faccio, vedo o ascolto, vorrei cancellare i ricordi, che sono sì piacevoli, ma che fanno un male cane, come se qualcuno mi scavasse in fondo al cuore con una grande punta di trapano. Però, al di là dei miei deliri, voglio ringraziarvi tutti, anche se non sto bene, ma fate tanto e questo io non me lo scorderò. Quindi grazie agli amici di Singstar, grazie ai miei compagni-colleghi, grazie a chi è lontano migliaia di chilometri ma che con il cuore è sempre qui vicino, grazie al gruppo storico, quelli che ci sono da quando ho 10 anni e che non chiamo perché temo di fracassargli la palle coi miei problemi e quando mi vedono con questi occhi stanchi si preoccupano e mi insultano, grazie al Vittorio Emanuele anche se la maggior parte delle persone lì dentro fa di tutto per farti girare le scatole. Grazie a tutti, sarà anche per merito vostro che un giorno ritroverò la forza di sorridere con sincerità. Ma ancora non credo sia arrivato il momento. Però un nuovo obiettivo l’ho trovato: se ne avrò le forze porterò a termine quel “romanzo”, magari, se a qualcuno dovesse piacere, potrebbe essere un nuovo inizio. Una nuova vita.

 

Io ho capito che la vita è solo un viaggio di ritorno, che domani è già finito e che ieri è un nuovo giorno. Sembra un gioco di parole ma mi sento più sicuro coi progetti del passato e i ricordi del futuro e alla fine del mio viaggio chiedo a Napoli perdono se ho cercato con coraggio di restare come sono…

April 06

Curtains close

Vorrei dirti che ti odio, che per me non sei nulla, ma non lo farò, perché non posso mentirti. Vorrei farti sapere quanto ti amo, ma non lo saprai più, perché ormai te l’ho detto troppe volte.

Fra qualche tempo ti sarai già scordata di me, io invece non riesco a smettere di pensarti. Forse per te sono contato poco o nulla, ma non credo, tu per me sei il sole che splende nel cielo, ma non lo saprai più, perché non ti interessa.

Se penso alle arrabbiature che mi hai fatto prendere, mi viene istericamente da ridere e non ne posso più fare a meno. È sempre più difficile non pensarti e giorno dopo giorno mi manchi sempre di più. E pensare che mi ero promesso che non mi sarei mai più fatto coinvolgere e non sarei stato male per questioni legate al cuore e invece mi sono direttamente innamorato di te. Non ne ho parlato con nessuno, non mi capirebbero, però chi mi vuole bene mi conosce e allora, riferendosi a questa storia, mi dicono di reagire. Ma stavolta non so come fare. Il tempo asciugherà le mie ferite, lo so e forse smetterò di star male ogni volta che ascolto le nostre canzoni.

Sei in ogni cosa che faccio, in ogni pensiero che mi tocca, in ogni raggio di sole che sfiora il mio viso. Se solo chiudo gli occhi rivedo noi, soprattutto il giorno del tuo compleanno. Non mi ero mai innamorato così e credevo che i sintomi che si elencano quando lo sei fossero delle stupide invenzioni, invece con te ho appurato tutte queste cose. Non ti amo per quello che hai, non mi interessa, ti amo direttamente per quello che hai dentro, per ciò che sei, ma forse non ci credi, perché altrimenti non ci saremmo lasciati. Ti amo per il tuo carattere a volte insopportabile. Ti amo perché accanto a te mi sentivo al sicuro, perché credevo che tra noi bastasse uno sguardo. Ed è proprio grazie ai tuoi occhi che mi hai catturato.

Non posso credere di essermi sbagliato, me ne devo fare una ragione? Con te ho messo da parte la mia razionalità, l’orgoglio e ci siamo fatti tante promesse che non avrei mai pensato di promettere, come quella che non ci saremo mai dimenticati. Io la mia parola la manterrò.

Ho accennato questo mio malessere solo agli amici veri e mi hanno detto di lasciarti perdere, di scordarti e a quel punto avrei voluto cambiare discorso. Loro, purtroppo, non sanno ciò che è meglio per me, anche se mi vogliono tanto bene. Smettere di pensarti è impensabile, ormai per me è una cosa naturale, come respirare. Solo che fa più male.

In questa fredda notte d’aprile affido il mio desiderio alla stella più luminosa del creato, affinché ti sussurri nel sonno, ciò che io t’ho detto tante a tante volte, anche se non me ne ritenevo capace: ti amo. Due parole, apparentemente dolci, che adesso racchiudono, per me, una mare di sofferenza. Due parole che riempiono il cuore di speranza e gli occhi di lacrime.

Sto guardando il cielo schiarirsi, un’altra notte insonne è passata e un nuovo giorno è alle porte del mondo. Nonostante i tanti chilometri che ci dividono, il cielo che guardi tu è lo stesso che fisso io. Non smetterò mai di pensarti, ma, per quanto mi faccia male, non ti invierò più messaggi, né ti chiamerò o ti manderò e-mail. Non voglio che diventi un incubo, perché tu per me sei e sarai il mio sogno reale, il mio pensiero felice. Ma adesso è ora che cali il sipario su questa storia. Alla prossima vita…

 

Il tuo amore lo porto con me, lo porto nel mio, non me ne divido mai. Dove vado io, vieni anche tu, mia amata: qualsiasi cosa sia fatta da me, la fai anche tu, mia cara. Non temo il fato perché il mio fato sei tu, mia dolce. Non voglio il mondo, perché il mio mondo, il più bello, il più vero sei tu. Questo è il nostro segreto profondo, radici di tutte le radici, germoglio di tutti i germogli e cielo dei cieli di un albero chiamato vita, che cresce più alto di quanto l’anima spera e con la mente nasconde. Questa è la meraviglia che le stelle separa… (Edward Estling Cummings – Il tuo cuore lo porto con me, lo porto nel mio)

March 23

In silenzio…

Passeggio per le strade della mia città. In silenzio. Messina però non tace mai, c’è sempre una gran confusione, ma lo strombazzare dei clacson impazziti e le urla dei ragazzini non proprio di prima classe sembrano nulla nel marasma che regna nella mia testa confusa. Niente ospedale oggi pomeriggio, la nonna la saluterò domani mattina. La riunione è finita presto e per fortuna non ci sono state domande indiscrete sui miei occhi tristi e sulla mia faccia stanca. Sì, fuori c’è il sole e quindi bisognerebbe ridere, dice il grande capo, però da me c’è buio e chissà quando il sole sorgerà nuovamente. Intanto prendo un po’ di freddo su una panchina di Piazza Cairoli e vorrei solo che iniziasse a piovere, poi potrei tornare alla mia macchina senza ombrello. Magari la tristezza, la malinconia, i progetti spezzati, verrebbero lavati via. E con essi vorrei andarmene via anch’io. In silenzio…

 

È un lavoro come gli altri, un buon lavoro, piuttosto variato: il lunedì bruciamo Lucrezio, il martedì Molière, il mercoledì Machiavelli, il giovedì Goldoni, il venerdì Voltaire, il sabato Sartre e la domenica Dante. Li riduciamo in cenere e poi bruciamo le ceneri, è questo il nostro motto… (Ray Bradbury – Fahrenheit 451)

March 21

Vorrei dirti vorrei…

Forse non siamo capaci di amare proprio perché desideriamo essere amati, vale a dire vogliamo qualcosa dall’altro invece di avvicinarci a lui senza pretese e volere solo la sua semplice presenza… (Milan Kundera – L’insostenibile leggerezza dell’essere)

 

Ciao caro blog. Si, lo so cosa stai pensando, che è da troppo tempo che non passo da qui, che dovevo raccontarti un sacco di cose, c’era un’estate, un anniversario, tante piccole foto da condividere con te che mi avrebbero fatto rivivere tanti attimi felici della mia vita. Invece adesso sono a pezzi e quindi ti utilizzo come valvola di sfogo, perché gli amici, i rifugi si vedono nel momento del bisogno. Tutta colpa della memoria, oggetto del mistero che rende l’uomo diverso da tutti gli altri animali. Noi siamo l’unica specie legata al proprio passato, i nostri ricordi ci danno voce, sono testimonianze storiche da cui gli altri possono imparare, possono servire a celebrare la nostra gloria o a metterci in guardia dai nostri errori.

E adesso, per colpa della memoria, ho solo bisogno di uno sfogo. Ho solo bisogno di scrivere. Certo, potrei farlo anche per conto mio, come ogni giorno di queste ultime settimane. Ho bisogno di lei, mi manca, mi manca terribilmente! Oggi avremmo festeggiato il nostro primo anno e mezzo insieme, non è tantissimo, ok, ma ripenso a tutti i momenti belli che abbiamo passato, a tutti quelli potenziali che sono lì davanti a noi. Forse sta meglio così, sarà più serena, libera e spensierata, però io a “amore vuol dire anche lasciar andare” non ci credo. Credo che in due i problemi si possano risolvere. Credo che due persone destinate a stare insieme vivono insieme la loro vita e tutti gli ostacoli che si trovano davanti. Credo in noi. E credevo di farcela a stare senza di lei, che sarebbe stato meglio per entrambi, però sto male e sento di averne bisogno, assoluto bisogno. Abbiamo sognato, progettato, riso e scherzato e ora non mi resta più nulla, niente su cui sognare e progettare, niente per cui ridere e scherzare. Siamo due persone semplici che si sono amate con l’anima e il cuore, destinate ad amarsi e ad aiutarsi nei momenti di difficoltà. Siamo la storia “del ragazzo che temeva la felicità e della ragazza che aveva paura” che un giorno si innamorarono così, quasi per caso, quasi senza sapere di volerlo. Mi manca e vorrei solo che quest’incubo finisse e che al risveglio lei fosse accanto a me. Perché abbiamo trecento e anche più “grazie” per darci una nuova opportunità, per farle capire che possiamo farcela…

 

Se tardi a trovarmi, insisti. Se non ci sono in un posto, cerca in un altro. Perché io sono fermo da qualche parte ad aspettare te… (Walt Whitman – Canto di me stesso)

October 21

Una bianca sopravvivenza

Ci sono molti modi per descrivere la nostra fragile esistenza e molti altri per darle un significato. Ma è la nostra esperienza a darci uno scopo e a dare a questo scopo un contesto, un tessuto personale fatto di immagini, paure, amori e rimpianti. Per una sottile ironia della vita siamo destinati a vedere anche il buio oltre alla luce, a convivere con il bene e con il male, con il successo e con la sconfitta. È questo che ci rende unici, è questo che ci rende umani e che in fin dei conti ci dà la forza per sopravvivere.

 

MALER – BIANCA

Sto sopra al maggiociondolo

Chiedendo ad ogni nottola

Com’è che qui non nevica

Com’è che gli occhi tuoi

 

Dan groppi da far brivido

Che, sai, si perde il bandolo

Ed io che sono funambolo

Stavolta cado giù

 

E nella notte lampi

Come orchestra silenziosa

Tutto si fa piccolo

Anche il falco e la falena

 

Depongo la mia spada

Non c’è bisogno Dio

Che adesso tu mi creda

Tanto son figlio mio

 

E pesto sulle foglie

Mangio nebbia come pane

Saluto l’ombra lunga

Delle betulle brune

 

E dai, portami fiume

Che vengo via con te

E dai, portami fiume

Ho messo anche il gilet

 

E la mort (*)

L’am par ‘na porta ch’la s’vers

E ti at s’è d’ad là

Con du occ

Minga da principesa

Ma dona, mia dona

E lo spaventapasseri

Che danza sopra l’argine

Mi dice là c’è musica

Di là non c’è bugia

 

E sale l’onda chiara

Che gonfia le golene

E sale l’onda scura

Regina delle piene

 

E dai, portami fiume

Che vengo via con te

E dai, portami fiume

Ho messo anche il gilet

 

E la mort

L’am par ‘na porta ch’la s’vers

E ti at s’è d’ad là

Con du occ

Minga da principesa

Ma dona, mia dona

 

 

(*) Dialetto di Carbonara Po (Mantova)

 

trad.:   E la morte

Mi pare una porta che si apre

E tu sei di là

Con due occhi

Mica di principessa

Ma di donna, la mia donna

October 20

Il quartiere di Utopia

Alcuni mesi d’assenza da questo “Rifugio” e ce ne sarebbero di cose da raccontare, considerata anche l’estate felice che ho trascorso tra la trilogia de Il Padrino, i ko di Cammarelle, le facce da “disastrino” e “buio pesto e paura”. E adesso ci sarebbe anche un anniversario, ma probabilmente farò tutto tra qualche tempo come ho fatto a inizio anno quando ho raccontato alcuni momenti significativi con un po’ di ritardo. Come quando vai a riguardare delle foto che ti fanno tornare alla mente attimi felici della tua vita. Invece ora l’unica cosa che mi va di condividere è uno sfogo, probabilmente contro un’entità, quindi che nessuno si senta chiamato in causa. Perché adesso…

 

…la terra mi pare talmente maligna che in confronto Silent Hill assomiglia a Topolinia. Io devo scrivere perché sennò sclero,  non m’interessa che tu condivida il mio pensiero. Non cammino sulle nubi come Wonder Boy. Mi credi il Messia? Sono problemi tuoi!  Io voglio passare a un livello successivo, voglio dare vita a ciò che scrivo, sono paranoico e ossessivo fino all’abiura di me…

 

(Descrizione ambiente)

Treno di ritorno verso Messina. Classico flusso di pensieri che molto va di moda nella mia mente da qualche giorno a questa parte. Stavolta non ho alcuna intenzione di fermarlo come fatto nelle precedenti, alcune delle quali insonni, notti. Pertanto  decido di metterlo su carta, qualche pagina prima del comunicato per Unimesport che, come preventivato, fa già schifo! E con questo ho scoperto che il treno può anche essere un ottimo amico, oltre a un buon  conciliatore di pensieri. D’altronde dove lo trovi uno che ti trascina per centinaia di chilometri ascoltando i tuoi pensieri e non obiettando mai una virgola?!

 

Quando ero un piccolo giornalista in erba e muovevo i miei primissimi passi a Studiare a Messina, ricordo che in occasione dell’inaugurazione di un anno accademico aprimmo un numero col titolo “Viva il merito”. Purtroppo non avevo sempre creduto, supportato malauguratamente dai fatti che mi avevano fin lì accompagnato, che venisse onorato chi avesse tale “merito”. Poi, però, frequentando quel giornale, cui si sono sommate tutte le altre esperienze, mi sono reso conto che sgomitando silenziosamente e facendo capire quanto realmente si vale, quel “merito” poteva anche venire premiato. Non ho mai avuto la presunzione di dire di essere il più bravo o uno dei più bravi o anche solo di essere capace, ho semplicemente fatto sempre e con grande impegno tutto ciò che mi è stato chiesto. Bene o male non lo so, però i risultati non credo siano stati così negativi.

Più si andava avanti e più mi rendevo conto che si stava creando una sorta di “mondo nel mondo” (altro titolo storico) in cui il “merito” veniva un pizzichino premiato, considerato comunque che alcuni avevano più “merito” di altri. Poi un annetto fa le svolta: si inizia a parlare di uffici stampa, rettorato, ipotesi di giornali e comunicazione, con volti vecchi che, probabilmente per stanchezza, cedevano il posto a volti nuovi fin troppo esuberanti per i miei gusti un po’ retrò.

Ma sono andato avanti per la mia strada, tranquillo che un giorno il mio “merito” sarebbe stato premiato. E nel momento in cui uno stage è divenuto realtà ho pensato che forse quel “mondo nel mondo” fosse realmente reale e che (con merito) qualcosa potevo e l’avrei, finalmente, ottenuta. Infine l’amara sorpresa con il merito schiacciato da una domanda probabilmente redatta meglio. O forse è meglio dire copiata, considerata che la stessa l’ho ricevuta anch’io via mail. Spero a questo punto che nessuno abbia barato…

E qui probabilmente sta il mio errore: mi sono fidato, cosa che non faccio mai o quasi. E per questo sono fuori, deluso e umiliato, perché se davanti avessi avuto qualcuno con del “merito” avrei fatto silenzio, ma così no. Così trovo tutto molto ingiusto. E non m’importa se un giorno o magari tra un anno o chissà quando mi si dirà che sono stati sbagliati i conti o che io ho sbagliato la domanda, purtroppo non potrò crederci, perché ho perso quella fiducia che riponevo nel nostro “mondo nel mondo”. Mondo che adesso posso ricondurre solamente al famoso e prestigioso quartiere di Utopia!

 

Scegliete la vita, scegliete un lavoro, scegliete una carriera, scegliete la famiglia, scegliete un maxitelevisore del cazzo. Scegliete una lavatrice, macchine, lettori cd e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita, scegliete un mutuo a interessi fissi, scegliete una prima casa, scegliete gli amici, scegliete una moda casual e le valigie in tinta. Scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo, scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina, scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi. Scegliete un futuro, scegliete la vita… (Irvine Welsh – Trainspotting)

June 07

Mentre tutto scorre

Rileggevo un mio vecchio pezzo di impressioni scritto quando per le prime volte entravamo a contatto con il mondo OPG. Rileggevo e pensavo. Pensavo quanto mi sembrano lontani quei giorni, anche se è passato appena un anno e mezzo o poco più da quegli splendidi attimi di vita che ho trascorso con gente meno fortunata di me. Persone che io stesso definivo particolarmente “normali” che mi hanno regalato il concetto di libertà e che mi hanno fatto capire quanto io possa ritenermi (lo ripeto) fortunato a possedere questo bene e quanto molti di quei piccoli problemi da niente che drammatizzano la mia vita quotidiana non siano poi così importanti. Ho scoperto il rispetto che si dà a ciò che ti incute paura e ti scava fin giù nel profondo. Ho scoperto la vera sensibilità e la grande umanità che può esistere anche nel semplice dono di una brioscina. E allo stesso tempo pensavo, però, a come e cosa avrei scritto adesso di quei momenti. Credo sia cambiato molto in me. Sono passate amicizie, conoscenze e qualche illusione (amorosa?) di troppo. Sono passati momenti di gioia, di tristezza e di inquietudine. Sono passati giocatori, dirigenti, allenatori e forse presidenti. È arrivata, al momento, una stabilità amorosa, cosa che non capitava da tempo immemore. È cambiata la mia percezione di vivere e il mio modo e la mia stessa volontà di viverla questa vita. Sono cambiato, come tutto cambia a questo mondo. Non so se sono migliorato o se sono peggiorato, ma sicuramente mi sono evoluto, facendo passi da gigante verso quel miraggio che chiamano tranquillità interiore. Certo per essere totalmente tranquillo, giusto per evitare di cambiare umore da un momento all’altro, mancherebbe ancora più di qualcosina, però nel complesso non posso proprio lamentarmi. E quindi non so cosa e come lo scriverei, sicuramente, in un modo o nell’altro, continuerei a far trasparire emozioni e sensibilità. Sensibilità, straordinaria arma a doppio taglio che orgogliosamente mi vanto di possedere, che per fortuna non ho perso e che mi auguro di portare per tanto tempo al mio fianco nel mio lungo viaggio di vita. E allora scriverei e basta! Cosa e come probabilmente importa soltanto alla buona riuscita del pezzo in sé, perché nel capitolo relativo alle emozioni le parole lasciano spesso e volentieri il tempo che trovano.

 

Ho tentato per due anni di imparare a suonare la chitarra: all’inizio ho fatto molti progressi, finché è arrivato un punto in cui non sono riuscito più ad andare avanti, perché ho scoperto che altri apprendevano più rapidamente di me, mi sono sentito mediocre e giacché non intendevo vergognarmi, ho deciso che la cosa non mi interessava più. Lo stesso è accaduto con il biliardo, il calcio, il ciclismo: imparavo quanto bastava per fare tutto discretamente, ma arrivava un momento in cui non riuscivo più ad andare avanti. Perché? Perché, dice la storia che ci è stata raccontata, in un determinato momento della nostra vita “arriviamo al nostro limite”. Non dobbiamo più cambiare. Non riusciamo più a crescere. Tanto la professione come l’amore hanno toccato il loro punto ideale e allora è meglio lasciare tutto come sta. Sarà vero? La verità è questa: possiamo sempre andare più avanti. Amare di più, vivere di più, rischiare di più. L’immobilità non è mai stata la soluzione migliore. Perché tutto intorno a noi cambia (compreso l’amore) e noi abbiamo bisogno di accompagnare questo ritmo… (Paulo Coelho – Lo Zahir)

May 29

A volte ri…torno!

Avevo iniziato a scrivere questo… coso (non so neanche come definirlo) tanto, troppo tempo fa! Ci dovevano ancora essere le elezioni di Aprile e io “vegetavo” in segreteria da Andò, facendo finta di lavorare, anche se c’è di giornalistico c’era molto poco, ma apprendendo davvero tanto dal mio alter ego invecchiato come lo definisce la Sturi. E comunque quello che scrivevo allora non si discosta molto da quello che scriverei adesso. Adesso che giunge al termine anche il mese di Maggio e con esso anche il mio rapporto di collaborazione con l’Ente Teatro volge alla conclusione. Dicevamo… Tanto tempo che non mettevo giù qualche parola su questo blog, anche se la voglia di scrivere non mancava di certo. Quello che in realtà è mancato è stato il tempo. Quello che sto facendo mi piace e tanto anche, però mi mancano cinque minuti da dedicare a me stesso. Cinque minuti per sentire i miei amici. Cinque minuti per vivere un pochino in tranquillità! E in tutto ciò, come ovvio che sia, c’è chi si lamenta che non mi faccio sentire mai. E molte altre cose (o più semplicemente persone) mi mancano. Chi al nord (anche se qualche ora fa ho ricevuto un sms che mi regala “ossigeno!”), Chi (!) ancora più a sud di me e che ultimamente ho visto davvero troppo poco e qua, invece, ne sono rimasti sempre di meno. Ma, mio malgrado, adesso ho acquisito (l’avevo acquisita qualche mese fa, all’epoca in cui, ripeto, scrivevo queste parole) una nuova certezza: guardare lo Stretto da solo non mi piace più o, comunque, mi piace un po’ di meno!

 

Continuiamo a crescere, a mutare la nostra forma, ci confrontiamo con alcune debolezze che devono essere corrette, non sempre scegliamo la soluzione migliore... eppure, nonostante tutto, andiamo avanti, sforzandoci di procedere eretti, in modo corretto, cosicché ci sia possibile onorare non le pareti, né le porte o le finestre, ma lo spazio vuoto che esiste dentro, lo spazio in cui adoriamo e veneriamo ciò che abbiamo di più caro e importante (Paulo Coelho – Lo Zahir)

 

Certezze dicevamo. Una sera di due mesi fa (credo) si è discusso sulle cose di cui nella vita si può aver certezza. Benjamin Franklin scrisse che a questo mondo non c’è niente di certo, a parte la morte e… le tasse! Me lo sono chiesto per un po’, ma le risposte si sono date in latitanza! Ho sempre e quasi solamente trovato certezza nell’incertezza della vita di tutti i giorni, nelle novità e nelle sorprese (belle o brutte che siano) che la vita ti mette giorno dopo giorno davanti! Non so quante incertezze mi siano capitate, forse sono sempre troppo poche, forse come gli esami non finiscono mai, però ho la maledetta convinzione di essere un po’ in credito con la vita, con le incertezze e con tutto quello che mi è arrivato in dono. Stavolta non è uno dei miei soliti lamenti, da un po’ di tempo, anzi, mi ritengo addirittura fortunato in alcune cose. In altre invece credo che un pizzico di fortuna in più l’avrei meritata. Forse però ho osato poco, forse è proprio vero che fortes fortuna adiuvat, però è anche vero che un occhio di riguardo per i corretti dovrebbe pure averlo.

 

A causa dell'irresistibile forza delle circostanze fallisce anche l’uomo migliore e da questo gli viene spesso l’attributo di mediocre. Ma la fortuna a lungo andare arride per lo più alle persone capaci (Helmuth Karl Bernhard von Molte – Trattato sulla strategia)

February 19

L'età dei figuranti

Giornata discretamente piena di impegni quella di oggi. Di ritorno verso casa la stereo mi passa L’età dei figuranti di Caparezza e così mi venne in mente una discreta riflessione…

Qualunque campo della vita vede presente un discreto numero di figuranti. Anche quelli meno sospettabili sono in gran parte figuranti: si riconoscono, a volte, dall’espressione facciale, quella sorta di finto-interessato-sotuttoecapiscotuttoio qualsiasi discussione si faccia. Che poi il figurante è anche un mestiere molto in voga ai giorni nostri. I figuranti si dividono in due categorie, parlanti e muti. E purtroppo i parlanti non sono muti e la loro parlantina non dona miracoli. Il dono della favella, attivato verosimilmente mediante inserimento di gettone in apposita feritoia (immaginate da voi quale possa essere) analogica, non si accoppia sempre a una preparazione adeguata. Letteralmente nel processo random che seleziona gli argomenti nel loro, aperte virgolette abnormi, cervello, la selezione viene spessissimo smistata a casaccio. Per cui non è raro assistere o prendere parte a una discussione sulla musica punk e sentirsi rispondere dal figurante qualcosa sulla musica neomelodica napoletana, la più semplice per il loro orecchio assoluto, con un’esagerata lode di qualche cantautore nato ai bordi della periferia di Gianni Celeste. Capita eccome. Caspita se capita! Il figurante muto è solitamente attore assolutamente non protagonista della tv e si identifica spesso e volentieri nelle Gatte, o forse è meglio dire Tope, di marmo, esemplare notoriamente dotato di particolare espressività e presenza di spirito. E le Tope di marmo diventano di gran lunga le mie preferite: pagate per stare sedute in posizioni estremamente plastiche, spesso con la coscia in bella vista, si specializzano spesso nella rappresentazione di tipe faticosamente umane. Ma magari fossero solo in tv, se ne trovano come se piovesse anche nella vita di tutti giorni. Se ne trovano eccome. Caspita se se ne trovano!

Mi piacerebbe molto, lo dico a rigor di logica, fare a meno dei figuranti. Ma questo sarebbe possibile solo in un mondo perfetto. La vita non è uno studio televisivo: i posti sono limitati e non devono essere riempiti a tutti i costi. Un programma televisivo può essere annullato, la vita va in onda in ogni caso. Chi dice “ci sarò” si impegna a essere presente, ma il figurante, in tutta la sua monotona gloria, non è ben accetto per tamponare le defezione dell’ultimo minuto. Adesso è venuto il momento dell’appello: aiutatemi nella mia battaglia contro i figuranti!

 

Nei salotti TV figuranti stolti fanno più ascolti di molti programmi colti, tant’è che tanti li han tolti dando potere a spalti di giudicanti, tanti re, pochi fanti. Nei comizi tizi arroganti attizzano tizzoni ardenti, schizzano epiteti pesanti, vanti. Venti spinti da fiati spenti soffiano intenti ad abbattere abbattono e gli abbattuti si battono finché possono, poi capitolano, capito non ho il capitolo che sto scrivendo, non mi offendo né mi sorprendo se ti difendo, così facendo rendo per ciò che innalzo, per ciò che stendo… Perché nella vita vince chi figura, farà passi da gigante chi figura, possiamo farlo tutti quanti, benvenuti nell’età dei figuranti. Perché nella vita vince chi figura, farà passi da gigante chi figura, lo mette in culo a tutti quanti, benvenuti nell’età dei figuranti!

February 12

Sogni nel buio

È buio qui in fondo. I miei occhi aspettano l’alba, la mia voce non trova eco, i miei piedi non trovano la strada. Ma guadagno la mia vita. Giorno per giorno. Fuori di qui c’è il mondo, un mondo senza dolori né peccato, un mondo tutto rosa e profumato. Come lei l’ha già sognato per me. Da sempre. Tutto sembra attendere, sembra un evento storico ma… è un miracolo di sempre! Vedo già due mani tese, imparerò ad andare e a non cadere, saprò quello che è bene e ciò che è male. So già chi ha le risposte ai miei perché. Crescerò come un fiore perché io sono il frutto dell’amore. Non è lontano il giorno quando la luce vincerà sul buio e nel silenzio esploderà il mio pianto, ricco di rabbia e di felicità. Così sapranno tutti che son qua! Non so quale sarà per me la sorte: sarò una bimba fragile o un bambino forte?! Mi chiamerò Francesco o Maria Rosa? Che importa… quello che conta e che io sia come mamma mi vuole mi vuole?! No! Lei mi ha… Spero solo di riuscire a (ri)nascere!

 

Manichini senza volto e senza età. Manichini nelle mani di chi è manichino già. Manichini vecchie facce, manichini noi, manichini saremo sempre fino a quando vorrai! Il manichino si lascia andare, si abbandona al tuo volere. Il manichino spera sempre che la sua sorte cambierà. È un fedele amico fino a quando scoprirà che può andare solo e i primi passi muoverà. Quando ai manichini un significato dai, tra due manichini tu non resterai. I manichini crescono ma in loro resterà la voglia di provare nella pelle di un uomo come si sta

February 11

Considerazione a margine…

…di un piacevole caffé pomeridiano. Cosa accade quando hai una conferma su una cosa (persona) che hai sempre sospettato fosse proprio in quel modo lì? Non mi piace l’affermazione “Io l’avevo detto”, molto fastidiosa, fatta su misura solo per chi vive per gridare tronfio al mondo che la verità lui l’aveva sempre saputa. Però stavolta “Io l’avevo detto” solo a me stesso, ma l’avevo detto. Accade, così, che per una volta sono orgoglioso di me. Sono orgoglioso delle scelte di vita che ho fatto e che mi hanno portato a questo livello di equilibrio che adesso, in qualche modo, mi permette di vivere. A tratti anche bene.

Ho deciso (grazie per il consiglio) che seguirò i miei sogni e, magari un po’ al rallentatore, li raggiungerò. Non studierò nessuna scienza della comunicazione e, anche se non si fanno giuramenti o promesse, posso almeno dire che ce la metterò tutta per arrivare fino in fondo. Basterà seguire il mio cuore. Lo farò per me stesso. E per chi alla fine vorrà gioire con me.

Ho capito quanto possa ritenermi fortunato in questo momento. Quanto debba ritenermi fortunato ad aver trovato chi mi sta accanto, seppur in lontananza, in questo periodo un po’ particolare. E che don’t you worry about the distance I’m right there if you get lonely and two more years and you’ll be done with school and I’ll be making history like I do. E non so quanto possa essere legato a questo spezzone di canzone, ma adesso ho la forza, la capacità, il mezzo, sono in grado, sono serenamente capace di affermare di essere…

 

Felice e innamorato

Innamorato e felice

 

L’amore è sempre nuovo. Non importa che amiamo una, due, dieci volte nella vita: ci troviamo sempre davanti a una situazione che non conosciamo. L’amore può condurci all’inferno o in paradiso, comunque ci porta sempre in qualche luogo. Ma è necessario accettarlo, perché esso è ciò che alimenta la nostra esistenza. Se non lo accettiamo moriremo di fame pur vedendo i rami dell’albero della vita carichi di frutti: non avremo il coraggio di tendere la mano e di coglierli. È necessario ricercare l’amore laddove si trova, anche se ciò potrebbe significare ore, giorni, settimane di delusione e di tristezza. Perché nel momento in cui partiamo in cerca dell’amore, anche l’amore muove per venirci incontro. E ci salva… (Paulo Coelho – Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto)

February 09

Stream of consciousness

Le notti insonni portano spesso cattivi consigli. Ed era parecchio che non ne passavo una così. Non si dorme, non con questi consigli-pensieri-mezzedecisoni che mi girano per la testa. Non riesco a essere e a sentirmi impotente nei confronti del mio stesso dannato io malinconico e melodrammatico che torna di tanto in tanto a fare capolino nella monotona vita tranquilla dell’attorucolo Antonio. Non basta un mezzo impegno in un luogo che mi piace tanto frequentare e che vorrei continuare a fare per tanto e tanto tempo ancora. Ma adesso credo di aver preso, finalmente, una decisione su cosa fare [piccola parentesi, sto scrivendo tutto quello che mi passa prima per la testa, per cui alcune cose potrebbero risultare estremamente disconnesse o più semplicemente da folli. È così che scrivevo un po’ di tempo fa, modello “flusso di coscienza” senza mai tornare a guardare indietro]. Forse mollare e provare a cominciare a scrivere un nuovo capitolo della mia vita, quello della svolta, è la cosa migliore da fare. Ma non so davvero da che parte iniziare, non so a chi chiedere aiuto e ascolto. Mi manca troppa gente: i miei amici emigrati in polentonia, quelli (piccoli come i Puffetti) rimasti a Messina cui non riesco a confidare questa mia paura (non l’ho mai fatto, perdonatemi, ma non ne ho avuto il coraggio), la mia scrittrice aretusea preferita, che in questo momento starà dormendo sonni tranquilli e che mi manca ogni momento di più. Non so davvero da cosa dipenda questo stato d’animo, sarà la quarta febbre nell’ultimo mese e mezzo, sarà l’antibiotico che inizia a fare effetto, sarà sto buco nell’azoto come diceva Er Piotta, sarà che in tv ho trovato music line con i Pooh, ma non credo, considerato che so benissimo da cosa e da dove viene. Adesso, a ogni modo, è il momento che si prenda una decisione consona e giusta al contesto in cui mi trovo, che si dia una svolta, in positivo, alla vita mia e di chi fatica enormemente a mantenermi. Non so se mollare un sogno possa essere la soluzione più adeguata, al momento è l’unica che sono riuscito a valutare a mente fredda e dalla quale ho tratto indicazioni più che opportune. Chi vivrà vedrà, speriamo che a vivere e a vedere ci sarò anch’io, sorridente e felice per la decisione presa, con voi al mio fianco! Buona vita a me, a voi e a chi ascolterà, forse vanamente, queste mie pseudopreghiere…

…in compenso posso consolarmi con questa citazione che mi ricorda più di un qualcosa di felice! Ma alla fine sarà proprio così?! Mah, ai posteriori l’ardua sentenza…

 

Tra amore è libertà non c’è un’unità di misura. L’uno non può equilibrare l’altro, né compensarlo. Tuttavia non si può vivere né senza l’uno né senza l’altro, perlomeno non a lungo. Ma se si dovesse assolutamente scegliere? Se si potesse scegliere? Ebbene sceglierei senza ombra di dubbio la libertà, perché senza di quella potrei vivere. Senza amore, forse… (Bjorn Larsson – Bisogno di libertà)

January 09

Ferma il gioco: timeout!

Altro giro. Altra storia. Altri ricordi. Un giorno avanti e indietro senza mai fermarsi. 21 novembre, conferenza dell’amico-nemico Centorrino. Laurea di Stefania (auguri!! Anche se ancora non so il voto!). E il concerto di Max Pezzali ad Acireale. Torno subito dissi a mamma e fu così che chiuso in una scatola e con un deca di benzina iniziai a percorrere lo strano percorso che mi avrebbe portato da lei nella cittadina acese. La strada è semplice e piacevole e tutto va come deve andare, non c’è bisogno di seguire la rotta per casa di Dio o di girare verso nord sud ovest est. Nessun rimpianto, l’importante è esserci, nonostante i filosofi mi chiedessero come mai andassi fin lì. Poco più di un’ora e arrivo al palasport. Eccoti, sei fantastica e il profumo che ti contraddistingue mi avvicina a te. Inizia il concerto e non sento nient’altro che noi e tu che mi dici tieni il tempo e anche se hanno ucciso l’uomo ragno, ascolto quello che capita cantando a squarciagola. Fortuna che non è valsa la regola dell’amico, perché il mondo insieme a te che sei la regina del celebrità mi fa persino dimenticare la dura legge del gol! Sei un mito Max, tu che mi hai seguito e guidato durante gli anni più belli della mia vita. Adesso timeout, anche perché il meglio deve ancora arrivare…

 

Il futuro è un libro ancora da scrivere, di che cosa parli e per quante pagine a nessuno è dato saperlo però vorrei che questo foglio bianco raccontasse di noi. Ma il presente, l’unico tempo, questo istante, questo momento, il presente sta succedendo, va goduto, gustato, annusato, mangiato…

January 07

Spezzoni di vita: ricordi di quattro amici, ricordi di un viaggio...

Ora vi racconto una storia che farete fatica a credere perché parla di una… no, non parla né di una principessa, né di un cavaliere. Parla di quattro amici e di un viaggio, mascherato da lavoro, verso un simpatico isolotto. È una delle cose che ricordo più piacevolmente del controverso 2007, ma di cui su questo blog non avevo mai parlato. E non so il perché. Ho messo delle foto, ma non ho mai saputo cosa scrivere. Momenti troppo piacevoli per riuscire semplicemente a descriverli. Partimmo il 3 Maggio. Tornammo il 6. Quattro amici. Quattro B a Malta. O Balta fate voi! Motivo ricorrente: tatatatata Black & Deker! Ma chi partì con questa convinzione ne uscì sconfitto. Prevedibile! Tre giorni in allegria con il cellulare staccato, in spensieratezza, vivendo come da tempo ormai non facevo più. Come da quel giorno ho ricominciato a fare. E ce ne sarebbero di cose da ricordare. L’assurdo viaggio d’andata in catamarano senza vomitare. Il kebab la prima sera. La prima uscita in autobus (straordinario) a fotografare la CULtura maltese. Le ceddar poteto (scritto come si legge) del buon Rino. Lo pseudolavoro al Rafiki’s con “guance rosse di Malta” Vassallo. L’uscita serale con gente che ci prova con le giapponesi, per giunta brutte (Busàààààààààààààààààààààà!). Bonsi sempre più cazzaro. La seconda mattinata in cui vengo scambiato per turista inglese. Busà che non ci sveglia. Dodicimila euro spesi in souvenir. Asuka. Burger King. Busà che minaccia il mio cellulare. La cena con l’incompetente. Il calcio balilla. La birra Cisk. Il trauma della sveglia alle 5. Billa frustato con il caricabatterie. Billa che reagisce o almeno ci prova. Busà sempre in ritardo (Busà Busà Busàààààà ti mannu a… [omissis]… !!). I deliri nella hall. Busà in cerca di tappi da tirare a Pietro Franza. Il catamarano al ritorno con il vomito degli inglesi spavaldi. Il ritorno a casa in macchina. La consapevolezza di essere un gran bel gruppo di amici. La consapevolezza di poter cominciare a scrivere la storia di un bambino che non c’è più e non vuole essere re…

 

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito… (Josè Saramago – Viaggio in Portogallo)

January 03

Nelle mie braccia tutta nuda

Nazim Hikmet – Nelle mie braccia tutta nuda

 

Nelle mie braccia tutta nuda

la città, la sera e tu

il tuo chiarore, l’odore dei tuoi capelli

si riflettono sul mio viso.

 

Di chi è questo cuore che batte

più forte delle voci e dell’ansito?

È tuo, è della città, è della notte

o forse è il mio cuore che batte forte?

 

Dove finisce la notte

dove finisce la città?

Dove finisce la città, dove finisci tu?

Dove comincio e finisco io stesso?

January 02

C'est la vie...

Controversia e stranezza. Ecco, se dovessi descrivere il 2007 con due sostantivi, credo proprio che questi siano quelli maggiormente indicati. Classico. Ci sono stati momenti belli e altri brutti, momenti fantastici e altri ai limiti del tragico. Classico, appunto. Per una volta a fare da spartiacque in positivo è stata l’estate, dopo i primi sei mesi vissuti nella solita incertezza tra (pochi) esami dati, soliti momenti confusionari di vita non sempre vissuta come avrei voluto e consuete delusioni date da rapporti sui quali avevo puntato tanto ma che al primo bivio hanno preso strade diverse dalla mia. C’est la vie dicono. L’estate, dicevamo, che preferisco far iniziare qualche giorno prima. Tre per l’esattezza. 18 giugno. Catania, Volo rapido: letteratura creativa in 911 minuti, evento ideato e organizzato da Porsche Italia in collaborazione con la rivista Psychologies per selezionare aspiranti scrittori. Scrivo. Con la consapevolezza di fare, finalmente, una cosa che mi piace, che mi fa sentire vivo e parte integrante di un gruppo che ha la mia stessa passione, forse per la prima volta in vita mia. Non so se scrivo bene o male, francamente mi importa poco, molto poco. Scrivo dei miei Sogni di latta e li rendo realtà, li rendo visibili almeno a qualcuno, anche se in realtà ancora adesso non so in quanti li abbiano letti. Io, come mio solito, li ho tenuti per me: solo mamma, papà e sorella li hanno letti. E un’altra persona. Quella che in un modo o nell’altro lavorò meglio su di me negli ultimi anni e che, posso dirlo con un pizzico di certezza e presunzione, mi ha reso la persona che sono adesso. E proprio lei in quel periodo aveva riacceso l’ultimo barlume che ancora resisteva in fondo al mio cuore, salvo poi spegnerlo definitivamente a causa della solita maledetta paura. Ma le sono comunque davvero grato.

 

Gli incontri, gli scontri, lo scambio di opinioni, persone che son fatte di nomi e di cognomi. Venghino signori, che qui c'è il vino buono, le pagine del libro e le melodie del suono. Si vive di ricordi, signori, e di giochi, di abbracci sinceri, di baci e di fuochi, di tutti i momenti, tristi e divertenti, e non di momenti tristemente divertenti…

 

Così arriva, quasi in punta di piedi, lo stage alla Gazzetta di cui, comunque, ho già ampiamente scritto anche qui. Un’esperienza eccezionale che mi fa uscire forte e consapevole dei miei mezzi, che mi fa capire che anche in me, forse, c’è nascosto un embrione di pseudogiornalista o di giornalista da bar, come mi definirebbe il personaggio più negativo dell’anno messsinese! Due pezzi firmati, ma soprattutto una voglia di scrivere sempre crescente e sempre più avvolgente. Arriva agosto e diventa il mese in cui tutto comincia a girare diversamente. Se al contrario o bene o meglio o chissà cos’altro, ancora, in tutta sincerità, non s’è capito! Dapprima fu una lunga camminata fino a Giardini a farmi conoscere gente nuova, sempre, comunque, paurosa (per fortuna aggiungerei!), poi un assurdo Ferragosto, iniziato allo stadio, a prendere visione di un nuovo corso che ricorda tanto i momenti di qualche anno fa e terminato un giorno dopo tra notizie assurde, ai limiti dell’incredibile che riescono a sconvolgere tutto. Quasi una vita intera. Poi è proprio la fine del mese a ricambiare tutto in meglio, con il Volo rapido che torna a farsi sentire. È la nottata Negramaro. Due ore con una persona che si scopre sempre più piacevole, soprattutto perché lei non lo sa.

 

Ho sempre creduto che le trasformazioni profonde, sia nell’essere umano che nella società, avvengano in periodi di tempo estremamente ridotti. Quando meno ce l’aspettiamo, la vita ci pone davanti a una sfida, per provare il nostro coraggio e la nostra volontà di cambiamento. In quel momento non serve fingere che non stia accadendo nulla o scusarci dicendo che non siamo ancora pronti. La sfida non attende, la vita non guarda indietro… (Paulo Coelho – Il diavolo e la signorina Prym)

 

E quindi arriva settembre che inizia con ventiquattr’ore quasi assurde con comportamenti che forse mi rappresentano poco, ma che hanno generato quella specie di caos positivo e primordiale che è adesso la storia della mia vita. Mi resta un fine mese con una nottata bellissima finita a guardare le stelle e tanti altri bei momenti alla scoperta di maneggi e cavalli. E un 21 ottobre che, oltre a portare la Ferrari sul tetto del mondo in maniera tanto inaspettata quanto grandiosa, con un’altra nottata meravigliosa mi lascia vivere emozioni e sensazioni che non provavo da tempo e che mi vede parlare da solo anche se in compagnia. Poi un qualunque giovedì mattina, con la sveglia che segna le 07.03, che poi tanto qualunque non è. Un treno che mi porta a 182 km da casa e mi dà la prova provata di ciò che provo realmente. Mi restano due bambini che giocano in una piazzetta con fucili laser e pistole ad acqua e la storia di un ragazzo e di una ragazza. E di una panchina. Al ritorno case e mare. Mare e case. E il vento fresco che soffia sul mio volto colmo di ricordi di noi. Due mesi trascorsi in viaggio o in aula all’uni e in attesa che quei progetti di cui parliamo da almeno un anno possano giungere alla definitiva e positiva conclusione. Un concerto, quello di Max, il mio amico d’infanzia per eccellenza che ha accomunato il gruppetto storico, bello come non mai e che mi porta in dono persino un cd autografato. Grazie! Un fine anno piacevole, dopo un Natale tra febbre e placche, che chiude un anno più che positivo. Sicuramente il più positivo dell’ultimo periodo. Adesso non resta che vivere meglio e bene tutto quello che la vita, il fato, Dio o chiunque altro mi porterà in dono. Buona vita a tutti voi e…a ben risentirci!

 

A volte chiudiamo gli occhi perché la realtà non ci piace. Se però smettiamo di comunicare non riusciamo più ad assaporare la vita e a scrivere la nostra storia. Il mio linguaggio è la bici e voglio continuare a scrivere quel capitolo del mio libro che da troppo tempo ho lasciato in sospeso… (Marco Pantani)

 

Ho, forse, volontariamente evitato di scrivere negli ultimi due mesi, ma non ne conosco il motivo. Per una volta credo di essere felice, per quanto io non abbia mai inseguito la felicità né abbia mai avuto intenzione di cercarla o di farmi trovare da essa. E probabilmente è proprio per questo che non ho saputo più di cosa scrivere. La figura del poeta maledetto è molto più fica, mi piace troppo e non avrei voluto abbandonarla, ma ci sono dei momenti in cui le cose che ci piacciono di più, nostri atteggiamenti compresi, devono essere messi di lato, per voleri strani, quasi indipendenti da noi. C’est la vie signori, bella o brutta che sia, impariamo a viverla per bene.

 

Il problema con la vita è che, anche quando non cambia mai, cambia continuamente… (Daniel Pennac – Abbaiare stanca)

October 23

Essere… umani. O più semplicemente… uomini!

Qualche settimana fa è girato, tra colleghi e amici sparsi, uno di quei soliti test via mail. La domanda numero sette era: Sei innamorato?! La mia risposta fu: Non credo… Anche se fosse, qualora potesse essere possibile, vorrei sforzarmi di non esserlo… È l’idea, tuttora, è sempre la stessa. Ho sperato e cercato, negli ultimi anni (quasi tre fra qualche mese), di non volermi né di dovermi legare a qualcuno. Ogni tanto mi trovo ko per qualche giorno, sto senza forze e senza respiro e necessito di qualche cura non incredibile ma, comunque, (per me) fastidiosa. E probabilmente il mio spirito tendenzialmente catastrofistico mi spinge sempre a qualche pessimismo di troppo e, considerato anche il mio passato non proprio mentalmente roseo, di troppo ho anche e sempre qualche paura. Per cui non voglio legarmi un po’ troppo a qualcuno, né vorrei che questo qualcuno si legasse un po’ troppo a me, perché ho una paura folle delle conseguenze che potrebbero scaturire: già sarebbe drammatico sapere della sofferenza di parenti e amici, figuriamoci della mia ragazza. È per questo che tendo a scappare e a rifuggire i sentimenti, perché ho paura di far star male gli altri. Per cui, proprio in virtù di ciò, ogni tanto capita che faccio lo stronzo (in modo anche pesantissimo e orribile all’ennesima potenza) o, più semplicemente, che voglio starmene da solo per un po’. Ed è per questo, infine, che chiedo agli altri di non scommettere tanto su me e su embrionali relazioni, che siano amicizia o altro, perché potrei non avere, improvvisamente e forse masochisticamente, la forza e la volontà di voler andare avanti. (E in questo ringrazio l’allegra famigliola dei nanetti, che continua a sopportarmi con i loro diversi modi di vedermi e di trattarmi…avranno capito, oppure sono presenti solo perché non hanno nient’altro da fare?!)

 

Amo la vita, potrei dire quasi appassionatamente, ma è proprio per questo che non intendo disperderla, né transigere troppo. Presto o tardi ti si rivolta contro. E allora la partita è persa. Poche cose sono peggiori che vivere nell’amarezza e nell’acidità. Specie per colpa propria… (Bjorn Larsson – Bisogno di libertà)

 

L’uomo è, innanzitutto, un animale abitudinario, attratto dalla sicurezza e dalla comodità di ciò che gli è familiare. Ma che succede quando è proprio da lì che proviene il pericolo? Quando le paure cui stiamo disperatamente cercando di sfuggire ci sorprendono nel nostro habitat? Siamo tutti, quasi sempre per causa nostra, la somma delle nostre paure. Per andare incontro al destino dobbiamo inevitabilmente affrontare queste paure e sconfiggerle. Poco importa se vengono da ciò che ci è familiare o dall’ignoto. Sopravvivere. Adattarsi. Fuggire. Tentare di rimanere disperatamente aggrappati alla vita e alla Terra, facendo attenzione a tutto il resto, come quando le prime avvisaglie dell’inverno annunciano le grandi migrazioni: c’è mai stato un segnale del loro arrivo? Un indizio o un singolo evento che abbia messo in moto questa catena? Se potessimo fissare quel preciso momento nel tempo, quel primo manifestarsi del presagio di un imminente pericolo avremmo fatto qualcosa di diverso o ci si saremmo fermati? Oppure ancora era tutto scritto? E se potessimo tornare indietro nel tempo e alterare il suo corso, lo faremmo? So solo che il futuro è scritto nel nostro DNA, come il passato lo è nella pietra. Era tutto scritto fin dal principio o abbiamo il potere di cambiare il corso del destino? Tra tutte le nostre facoltà, quella che ci rende davvero unici è il libero arbitrio. Grazie a esso disponiamo di una piccola ma potente opportunità di sconfiggere il fato ed è solo grazie a esso che possiamo trovare il modo per continuare a far finta di crederci…umani!

 

A forza di riflettere, si finisce per arrivare a una conclusione. A forza di giungere a una conclusione, succede che si prende una decisione. E una volta presa la decisione, succede che si agisce per davvero… (Daniel Pennac – Abbaiare stanca)

 

Ho scoperto che la felicità non ha bisogno di essere cercata e che lei non vuole esserlo. All’improvviso, per quanto tu faccia di tutto per nasconderti, è lei che ti trova. E a quel punto tutto assume sapori nuovi, strani, diversi, eccezionali ed estremamente piacevoli. Anche se posso sempre vivere senza l’obiettivo della felicità, posso essere felice soltanto sopravvivendo, soltanto con la semplice forza di voler andare avanti. Anche zoppicando!

 

Tutto è molto semplice perché è sufficiente cambiare atteggiamento: non inseguirò più la felicità. D’ora in poi, sarò indipendente, vedrò la vita con i miei occhi, non con quella degli altri. Perseguirò l’avventura di essere viva. Ma anche complicato. Perché devo ricercare la felicità, se mi hanno insegnato che è l’unico obiettivo di valore? Perché devo avventurarmi in un cammino che altri tralasciano? In fin dei conti cos’è la felicità? Amore, rispondono. Ma l’amore è sempre angoscia: è un campo di battaglia, un insieme di notti in bianco, passate a chiedersi se si stia agendo correttamente. Il vero amore è fatto di estasi e angoscia. Pace? L’inverno lotta con l’estate; il sole e la luna non s’incontrano mai; la tigre insegue l’uomo, che ha paura del cane, che incalza il gatto, che rincorre il topo, che spaventa l’uomo. Il denaro porta la felicità. Il denaro porta solo altro denaro: ecco la verità. La povertà può determinare l’infelicità, ma non è vero il contrario. Per molti anni della mia vita ho ricercato la felicità, tuttavia ciò che desidero adesso è la gioia. La gioia è come il sesso: comincia e finisce. Si, io voglio il piacere. E voglio essere contenta. E la felicità? Oramai non cado più in questa trappola… (Paulo Coelho – La Strega di Portobello)

October 01

È una vita che questa mia vita va avanti così…

Che cos’ho? Forse ho voglia di te, ma non riesco a trovare un fiammifero per guardami dentro. Non lo so cosa voglio però ad ogni modo allora cos’è tutto questo tormento che mi brucia dentro. Cos’è?

Che cos’ho? Forse cerco qualcosa o qualcuno che mi porti via. Vivo perduta nel mare della mia fantasia ed ogni notte un dolore che col sole va via. Io lo so, è una vita che questa mia vita va avanti così…

 

Correva l’anno 1995, oltre un decennio fa. Io quasi dodicenne e nelle radio impazzava In vacanza da una vita della bella ed emergente Irene Grandi. Ricordo che allora mio padre mi comprò il nastro una domenica che stavamo in giro con le mie sorelle e le famigliole al completo. Bei ricordi! Andati. Mi piaceva tanto la canzone, innanzitutto per Irene (già a dodici anni avevo manie manicali!) poi per il ritmo e la musica. Dopo un po’ ho iniziato a comprenderne anche le parole e il significato. E quel nastro è stato una costante nel mio walkman, fino a quando non è stato sostituito da lettore cd prima ed mp3 poi e lui a finire impolverato in mezzo alle altre cassette. Adesso l’ho ritrovata (scaricata) ed è attualissima una volta di più, in questo momento in cui tristezza e malinconia si fondono creando un casino bestiale! Triste perché è uno dei periodi peggiori e più difficili che mi sia mai trovato ad affrontare e stavolta non ero per nulla pronto. Già, ma si può mai essere pronti? In realtà no, però i prodromi quantomeno si sentono ed elmetto e baionetta puoi sempre prepararli. Malinconico perché ultimamente ho passato qualche bel momento spensierato che per un po’ m’ha fatto dimenticare e mettere da parte la tristezza, salvo poi farla tornare prepotentemente nell’istante in cui ho realizzato che il momento era giunto alla conclusione. Nulla è insuperabile e imbattibile, mi dicono. E io concordo pure, però ogni volta è sempre la solita storia. L’unica cosa che sono riuscito a preparare adesso sono i fazzolettini di carta. Ma passerà. So già da me che ce la farò anche stavolta, perché citando un’altra canzone a me cara “a qualcosa una canzone servirà, se il tuo piccolo dolore che sia odio o che sia amore… passerà…

A ben risentirci…

September 30

Sempre a testa alta...

La Terra è grande, talmente grande che ti illudi di poter sfuggire al destino. A Dio. A tutto. Ti basta trovare un buon nascondiglio e inizi a correre verso i confini del tuo personalissimo mondo, dove farai finta di essere nuovamente al sicuro. Caldo e silenzio. Il conforto dell’aria salmastra. Il pericolo dietro le spalle. Il privilegio del lutto. E forse anche solo per un momento pensi di essere riuscito a fuggire via. Ma prima o poi ti arriva fin giù nell’anima una voce che ti chiama e ti riporta alla realtà. Ed è così per tutti.  Puoi andare lontano, puoi prendere tutte le tue piccole precauzioni, ma sei davvero sicuro di esser partito? La fuga è realmente possibile o sei tu che non hai la forza o l’astuzia di nasconderti al destino? La realtà è che non è il mondo a essere così piccolo, sei tu a esserlo e il destino può trovarti ovunque. Sono gli uccelli che probabilmente lo sanno meglio di qualunque altra specie. Quando interviene un cambiamento la maggior parte dei volatili sente il bisogno di migrare. La loro anima viene richiamata verso un luogo remoto. Inseguendo un odore nel vento, una stella nel cielo, l’ancestrale messaggio induce i simili a spiccare il volo e a radunarsi. Soltanto allora potranno sperare di sopravvivere alla crudele stagione incombente. Noi umani queste migrazioni le chiamiamo scelte di vita, ma non tutti sanno quando fare quelle giuste. Anche se nel momento in cui le prendiamo ci sembrano sempre tutte belle e giuste. Perché ci sono momenti in cui la vita cambia per sempre. Questione di un attimo e si diventa un’altra persona, spesso senza accorgersene. Momenti che arrivano quasi sempre per tutti, a intervalli più o meno regolari e per quanto possiamo far finta di essere forti, soprattutto ai nostri stessi occhi, non siamo mai preparati a pieno. E proprio in virtù di ciò non capiamo mai al volo se stiamo bene o meno.

 

Ho capito che per essere liberi dobbiamo sapere dove siamo. Chi è smarrito, chi non ha il senso della realtà, chi ignora come va il mondo non è libero. Non si può essere liberi che con cognizione di causa. Essere liberi non è perdersi e lasciarsi andare senza avere la minima idea di una direzione. Per essere liberi bisogna essere padroni dei propri atti e non vittime di cause incontrollabili. Bisogna essere realisti, radicati nella realtà e insieme sognatori, per non rimanere vittime involontarie del mondo reale… (Bjorn Larsson – Bisogno di libertà)

 

Non amo le classificazioni, non m’importa se una persona mi piazza dalla parte dei bei ricordi o da quella degli errori. Io do sempre tutto me stesso agli altri, poi posso piacere o no, alla fine mi basta solamente esser contento e fiero di me. Anche se, con un pizzico di presunzione, posso dire che spesso so in quale parte della classifica vengo messo. Perché purtroppo nei rapporti di vita non si può fingere e chi prova a farlo viene immediatamente scoperto: illusorio è pensare di poterla fare franca, anche solo per pochissimi istanti. Le verità vengono sempre a galla, i rapporti non si costruiscono su fondamenta di argilla, altrimenti sarebbero destinati a cadere in fretta. Ma il tempo in questo è davvero galantuomo, più cerchi di apparire quello che non sei, sempre meno potrai ottenere la stima di persone che, almeno per un pizzico della tua esistenza, hai ritenuto importanti e ti hanno accompagnato in un tratto del tuo viaggio. Ma tra le tante storture che ho, che ho combinato e che ho vissuto, sono convinto di poter orgogliosamente sbandierare ai quattro venti la fortuna di poter camminare sempre a testa altissima. Davanti a tutto e davanti a tutti. Contro tutto e contro tutti.

 

Adesso voglio solo silenzio. I miei muscoli sono rigidi. Sono solo, inerme. Ma ho un disperato bisogno di parlare, di impedire alla mia mente di ripetermi che tutto è una minaccia. Come posso sapere chi sono? Noi siamo ciò che esprimiamo con le parole…. (Paulo Coelho – La Strega di Portobello)

 

In Brasile la chiamano saudade: è la tristezza che proviamo quando ricordiamo i momenti felici. E proprio perché a volte siamo un po’ tristi, tendiamo a mascherare certi ricordi da errori, giusto per farci sembrare, almeno apparentemente, tutto più semplice. I ricordi di me ragazzino, quando cominciavo a crescere sul serio, mi interessavano cose prima sconosciute o decisamente aborrite e iniziavo ad aborrire tutto il resto, ovvero più di metà del mondo, non so come definirli. Non so come… ricordarli! Sembrano offuscati. Sembra ci sia una patina davanti che mi impedisce forzatamente di vederli. Ma le persone e i sentimenti provati li ricordo sempre. E non sono ogni volta sensazioni positive. Però tutte queste sensazioni fanno di me la persona che adesso tento di essere, probabilmente anche discreta a tratti. Ho scoperto che c’è davvero di peggio. E posso ritenermi fortunato. Anche le emozioni e i sentimenti presenti custodisco bene nel mio cuore. Ho tanta ammirazione per chi mi sta aiutando in questo periodo un po’ strano della mia vita, fossi stato in loro con molta probabilità sarei già scappato via! O forse no, considerato che le sfide difficili mi piacciono e anche tanto! E in questo periodo di saudade ne ho davvero tanta, perché alcuni dei tanti periodi belli guardati adesso mi sembrano davvero falsi e penosi. Tutto ciò, comunque, nella nostra misera vita, deve essere finalizzato alla nostra stessa evoluzione, quel processo imperfetto e spesso violento, quella battaglia tra se stessi, ciò che esiste e ciò che deve ancora nascere. E dove la morale perde significato, il conflitto fra il bene e il male si riduce a una scelta elementare: sopravvivere o soccombere? In realtà bisogna solo pensare a salvarsi. E a portare con se le persone che, incontrate nel proprio cammino, riescono a tirarti su il morale, anche se non si capisce bene come,in quegli enormi momenti di tristezza. Anche se sono semplici istanti passeggeri.

 

Conoscere qualcuno, ovunque egli sia, con cui comprendersi nonostante le distanze e le differenze, può trasformare la terra in un giardino… (Johann Wolfgang von Goethe – Massime e riflessioni)

September 09

Il processo del pensiero

Da dove viene questo bisogno, quest’ansia di risolvere i grandi misteri della vita, quando anche la più semplice delle domande non ha risposta? Perché esistiamo? Che cos’è l’anima? Perché sogniamo? Forse sarebbe più comodo fare finta di niente e voltarsi dall’altra parte, ma non è nella natura umana, non è per  questo che siamo qui. L’uomo è per natura un’animale egocentrico e prepotente. Abbiamo colonizzato ogni angolo del nostro piccolo pianeta e, ciononostante, non siamo noi l’apice dell’evoluzione. Quello è un onore che dovrebbe spettare agli scarafaggi, non a noi. Uno scarafaggio può vivere per mesi senza mangiare, può restare in vita per settimane con la testa mozzata o resistere alle radiazioni. Pensiamo di essere stati creati dal Signore a sua immagine e somiglianza, ma forse non è così. Forse Dio è uno scarafaggio. Quello che è certo è che l’uomo usa solo il 10% delle proprie facoltà celebrali e per sentirsi le creature predilette dal Signore ci vorrebbe ben altra percentuale. Tutti noi ci immaginiamo artefici del nostro destino, capaci di determinare il corso delle nostre vite, ma siamo davvero noi a determinare la nostra ascesa e la nostra caduta o c’è una forza più grande che stabilisce la nostra direzione? È l’evoluzione che ci prende per mano, è la scienza a indicarci il cammino o è Dio o chi per lui che interviene per trarci in salvo? Non poter scegliere il proprio percorso è la triste condizione dell’uomo. Con suo sommo disappunto gli è solo dato di scegliere come atteggiarsi quando il destino chiamerà, sperando che non gli manchi il coraggio di rispondere.

 

Voi siete così giovane, così al di qua d’ogni inizio! E io vi vorrei pregarvi quanto posso, caro signore, di aver pazienza verso quanto non è ancora risolto nel vostro cuore e tentare di aver care le domande stesse come stanze serrate e libri scritti in una lingua molto straniera. Non cercate ora risposte che non possono venirvi date perché non le potreste vivere. E di questo si tratta, di vivere tutto. Vivere ora le domande. Forse v’insinuate così a poco a poco, senz’avvertirlo, a vivere un giorno lontano la risposta… (Rainer Maria Rilke – Lettere a un giovane poeta)

 

Il matto per antonomasia è chi ripete lo stesso gesto all’infinito aspettandosi ogni volta un risultato diverso. La chiamano anche forza dell’abitudine. Troppo semplice. Quando il pensiero non riesce più a essere leggero, come natura imporrebbe che fosse, si comincia a girare vorticosamente su se stessi. E non si capisce più niente. Né di se stessi, né del mondo che ci circonda. La soluzione ci sarebbe pure: la chiamano capacità di sdrammatizzare. Troppo complicato. Forza dell’abitudine senza capacità di sdrammatizzare diventa un gran casino! Ma anche viceversa non è che si stia poi così bene. Nella vita ho imparato, probabilmente sbagliando, che bisogna dare un colpo al cerchio e una alla botte molto più spesso di quanto la nostra stessa coscienza vorrebbe. E qui che dovrebbe intervenire la giostra del nostro pensiero. A darci una mano ovviamente. O a buttarci giù, a seconda delle evenienze! Ma alla fine della fiera per venire a capo del rebus bisogna semplicemente abituarsi alla vita e alle sue sorprese. Belle o brutte che siano. Sembra fin troppo semplice da risultare quasi impossibile!

 

Ciò che mi importa è il processo stesso del pensiero. Quando io lo esercito sono molto contenta. Quando riesco a esprimerlo in modo adeguato nella scrittura di nuovo sono molto soddisfatta. Ottenere io un’influenza? No, io voglio comprendere. E quando altri comprendono, nello stesso senso in cui ho compreso, allora provo una soddisfazione comparabile a quella che si prova quando ci si sente a casa propria… (Hannah Arendt – La lingua materna)

 

Ci sono delle mattinate, delle serate, delle intere giornate che rimangono di diritto scolpite nella nostra mente. Perché hanno cambiato qualcosa o semplicemente perché hanno regalato alla nostra vita dei momenti che le hanno dato un sapore più dolce… Interruzione dell’utente causa instabilità fisica e mentale non dipesa solo da se stesso. …Mi ero promesso di non stare più male per questione legate al cuore. Era un periodo illusoriamente perfetto, anche se periodi pienamente perfetti non esistono e mai esisteranno, dove tutto girava come avevo sempre sperato. Un mese di lavoro, o pseudotale, in Gazzetta dove riscoprivo la voglia di scrivere per un giornale vero e la capacità, forse dimenticata, di saperlo fare davvero. C’erano amicizie ritrovate, due in particolare, che comunque non erano mai state perse, ad affiancarmi in questo cammino fortunato. C’era un rapporto ritrovato in famiglia con mamma e papà, con il quale ormai non faccio casino da tempo e forse un po’ mi manca pure! C’erano nuove conoscenze che all’inizio erano sembrate come tante altre, ma che col passar dei giorni hanno cominciato a far vibrare il mio fisicamente debole cuore e il mio coriaceo animo. Poi finì lo stage e tutto adesso sembra essersi rivoltato contro. Prima un casino comunque passeggero col mio piccolo comparozzo che adesso so di avere dalla mia parte, anche se probabilmente lo è sempre stato, almeno con lo spirito. Poi il trauma più grande e più impensabile che potessi aspettarmi. E quando a tradirti è la persona sulla quale nel corso della tua vita hai riposto più stima e fiducia, poco sembra avere più senso. Però ad aiutarmi, oltre alle mie, adesso posso tranquillamente dirlo, meravigliose amicizie, c’era lei, con la sua presenza spesso silenziosa. Poi quel bacio. Quel bacio che ho aspettato per quasi un mese e che ha realmente cambiato le carte in tavola. E quel ripensamento. Quel non voler affrontare insieme i problemi che verranno. Già, mi ero promesso di non stare più male per questioni legate al cuore, ma come accaduto in passato mi ritrovo a terra, schiacciato da un peso che riscopro ogni volta più pesante. E questo non è il momento per star male. Adesso devo, per forza di cose, sforzarmi di star bene e di farmi vedere forte agli occhi, soprattutto, della mia famiglia. Gli altri pensino e vedano ciò che gli pare. Di loro m’importa poco. Anche perché chi ha la forza di leggere queste, stavolta troppe, righe sa l’impegno che ci metto adesso nell’affrontare la vita. È anche grazie a voi che ho imparato a farlo. Passerà anche questo periodo, ma ne uscirò vincitore e non importa quante ossa mi sarò fracassato. L’unica cosa che davvero conta sarà affrontarlo a viso aperto e con la giusta armatura!

 

Se un piatto o un bicchiere cadono a terra senti un rumore fragoroso. Lo stesso succede se una finestra sbatte, se si rompe la gamba di un tavolo o se un quadro si stacca dalla parete. Ma il cuore, quando si spezza, lo fa in silenzio. Data la sua importanza, ti verrebbe da pensare che faccia uno dei rumori più forti del mondo o persino che produca una sorta di suono cerimonioso, come l’eco di un cembalo o il rintocco di una campana. Invece è silenzioso e tu arrivi a desiderare un suono che ti distragga dal dolore… (Cecilia Ahern – Se tu mi vedessi ora) 

 
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